(Angelo Paratico) Passato il tifone napoleonico, le potenze europee cercarono nuovi equilibri con il congresso di Verona, che si tenne dal 20 ottobre al 14 dicembre 1822. Nella nostra città arrivarono il cancelliere austriaco Metternich, che fece gli onori di casa, lo zar Alessandro I di Russia, il duca di Wellington, quale rappresentante britannico, e i plenipotenziari francesi Anne-Adrien-Pierre de Montmorency-Laval e François-René de Chateaubriand, uno dei maggiori letterati dell’epoca. Si discusse soprattutto della crisi spagnola, della questione italiana e della guerra d’indipendenza greca.

Un sottoprodotto di quel congresso fu la convinzione che venne sottoscritto un trattato segreto fra le potenze, e tale leggenda ancora possiede una forte rilevanza.
Il presunto contenuto del trattato segreto
Nella sua essenza sarebbe stato un accordo per attaccare tutti i governi repubblicani che si sarebbero formati in futuro, ponendosi in contrapposizione alle monarchie. Circolarono delle copie del presunto trattato segreto, che delineavano una politica estera aggressiva volta alla completa soppressione del governo eletto.
L’articolo 1 affermerebbe che le potenze contraenti consideravano il governo rappresentativo incompatibile con i principi monarchici e il diritto divino e, dunque, s’impegnarono reciprocamente a fare tutto il possibile per porvi fine. I firmatari furono per l’Austria, Metternich, per la Francia Chateaubriand, per la Prussia, Bernstet e Nesselrode per la Russia. Ma nessuno di loro ammise mai di averlo sottoscritto. Chateaubriand scrisse che: “Sono monarchico per tradizione, legittimista per onore, aristocratico per costumi, repubblicano per buon senso”.

L’articolo 2 descriveva in dettaglio i mezzi di repressione, con misure per sopprimere la libertà di stampa, che era vista come lo strumento più potente dei repubblicani. L’articolo 4 avrebbe concesso alla Francia un sussidio annuale di 20 milioni di franchi da parte dei due imperi per muovere guerra al popolo spagnolo. Fondamentalmente pensarono che la cospirazione prendesse soprattutto di mira il sistema di governo americano, considerato la repubblica costituzionale di maggior successo e più pericolosa al mondo.
Chi redasse il falso?
Non è stato mai scoperto il suo autore, ma il politico più importante che abbia analizzato tale trattato segreto è stato il senatore statunitense Robert L. Owen dell’Oklahoma, che inserì il presunto documento nel Congressional Record il 25 aprile 1916. Il senatore Owen intendeva dimostrare il conflitto storico tra il governo monarchico e l’autogoverno popolare, utilizzandolo come giustificazione per spingere la Dottrina Monroe.
Owen citò come fonte l’American Diplomatic Code, 1778–1884, e poi fece nuovamente riferimento al presunto trattato nel 1919, durante il dibattito sulla Società delle Nazioni, utilizzandolo per argomentare contro le minacce percepite dalle aristocrazie straniere, che pure si stavano sfaldando. Questa manovra legislativa, piuttosto che una scoperta ufficiale negli archivi europei, è la fonte primaria attraverso la quale il presunto testo ha acquisito risalto e ha suscitato polemiche politiche mai sopite negli Stati Uniti.

Conseguenze sulla dottrina Monroe
Gli storici tradizionali considerano il documento del Trattato Segreto di Verona come una falsificazione. Nessuna prova di fonte primaria, come copie firmate o bozze, è mai stata scoperta negli archivi ufficiali dell’Austria, della Prussia, della Russia o della Francia.
Il linguaggio utilizzato nel presunto trattato è considerato anacronistico, riflettendo meglio i dibattiti politici della metà-fine del XIX secolo piuttosto che lo stile diplomatico del 1822. Sebbene le potenze della Santa Alleanza si opponessero effettivamente al governo rappresentativo e si mossero in Spagna, le prove storiche confermano che queste azioni furono autorizzate dai protocolli pubblici del Congresso di Verona. Pertanto, il Trattato Segreto non è riconosciuto come un accordo storico legittimo o un prodotto autentico del Congresso del 1822.
Si è trattato di una falsità fatta circolare da repubblicani americani per dipingere a fosche tinte le monarchie, la Santa Alleanza e il Papa. Non a caso la Dottrina Monroe fu enunciata dal presidente James Monroe nel 1823 (l’anno dopo il Congresso di Verona) durante un discorso sullo stato dell’Unione al Congresso degli Stati Uniti. Monroe sostenne che i processi di indipendenza in America Latina non potevano essere repressi da potenze europee, stabilendo un principio di supremazia statunitense sul continente americano.
