(Angelo Paratico). Il Guinness World Record riporta il nome del primo aviatore che sganciò una bomba da un aereo durante un’azione di guerra: Giulio Gavotti. Dovremmo esserne fieri, come nel caso del veronese Enrico Bernardi che inventò l’automobile a Quinzano e poi con altri soci a Padova impiantò la prima fabbrica d’automobili al mondo? Forse no, perché i bombardamenti aerei sono qualcosa di orribile, ma, primato a parte, altri ci sarebbero comunque arrivati. Giulio Gavotti fu un esperto aviatore che faceva base in Libia e partecipò alla guerra Italo-Turca del 1911-1912. Gabriele D’Annunzio rimase folgorato dall’impresa di Gavotti, tanto da includerlo nel suo libro di poesie Merope. “S’ode nel cielo un sibilo di frombe. / Passa nel cielo un pallido avvoltoio. / Giulio Gavotti porta le sue bombe”.

Il primo bombardamento aereo dall’aria colpì Venezia nel 1849
Il primo bombardamento aereo della storia di Venezia avvenne il 2 luglio 1849. Gli austriaci usarono delle mongolfiere che si alzavano a circa 500 metri di quota e sotto ciascuna delle quali pendeva una bomba con la miccia accesa. Fu un’invenzione del colonnello d’artiglieria austriaco Benno Uchatius.
Il problema era sentito: qualche anno prima della guerra di Libia, il 29 luglio 1899, durante la prima conferenza di pace tenutasi all’Aia, le 26 potenze partecipanti (anche l’Italia) s’impegnarono a vietare, per un periodo di cinque anni, il “lancio di proiettili ed esplosivi da palloni aerostatici, o con altri nuovi metodi di natura simile”. Questo, in fondo, mostra quanto inutili siano questi accordi internazionali perché vengono rispettati solo fin quando conviene.
Chi fu Giulio Gavotti?
Giulio Gavotti nacque a Genova il 17 ottobre 1882 e vi studiò ingegneria navale. Nel novembre 1897 fondò la “Compagnia Ligure Brasiliana – Società di Navigazione” per gestire un collegamento transatlantico tra Genova e gli scali brasiliani. Ma a 28 anni arrivò per lui una svolta. Nel 1910 a Roma, sul campo di Centocelle frequentò un corso di pilotaggio, conseguendo il brevetto di conduttore di pallone sferico e di aviatore.
L’anno dopo scoppia la guerra contro la Turchia, l’Italia intendeva toglierle le loro terre nel nord Africa. Il conflitto durò dal 29 settembre 1911 al 18 ottobre 1912 e venne condotto con efficienza e determinazione dalle forze armate italiane.

Gavotti venne inviato a Tripoli e si aggregò al Corpo di spedizione che faceva capo al generale Carlo Caneva. Il 23 ottobre 1911, durante la sanguinosa battaglia di Sciara-Sciat, a bordo del suo aereo svolse un compito di ricognizione lanciando sulle truppe italiane alcuni bussolotti contenenti messaggi con la posizione dei nemici. In questo modo il comando italiano poté aggiustare il tiro dei cannoni.
Nel novembre 1911 ricevette un incarico particolare. I dettagli di quella missione provengono da lettere inviate al padre, che suo nipote Paolo de Vecchi mise a disposizione della BBC per un documentario. Vi si legge: “Oggi sono arrivate due scatole piene di bombe. Dovremmo lanciarle dai nostri aerei. È molto strano che nessuno di noi sia stato informato di ciò e che non abbiamo ricevuto alcuna istruzione dai nostri superiori. Quindi imbarchiamo le bombe con la massima precauzione. È la prima volta che lo proviamo e, se ci riuscirò, sarò davvero felice di essere la prima persona a farlo”.
L’ordine era di attaccare l’oasi di Ain Zara dove erano concentrate truppe turche e di alleati arabi. Gavotti salì sul suo Etrich Taube, un monoplano monomotore. Dispose le bombe in modo meticoloso: “Vicino al seggiolino ho inchiodato una cassettina di cuoio; la fascio internamente di ovatta e vi adagio sopra le bombe con precauzione. Queste bombette sono sferiche e pesano circa un chilo e mezzo. Nella cassetta ne ho tre; l’altra la metto nella tasca della giubba di cuoio. In un’altra tasca ho una piccola scatoletta di cartone con entro quattro detonatori al fulminato di mercurio. Parto felicemente e mi dirigo subito verso il mare…Quando ho raggiunto 700 metri mi dirigo verso l’interno. Oltrepasso la linea dei nostri avamposti situati sul limitare dell’oasi e mi inoltro sul deserto in direzione di Ain Zara. […] Con una mano tengo il volante, coll’altra sciolgo il correggiolo che tiene chiuso il coperchio della scatola; estraggo una bomba e la poso sulle ginocchia. Cambio mano al volante e con quella libera estraggo un detonatore dalla scatoletta e lo metto in bocca. Richiudo la scatoletta; metto il detonatore nella bomba e guardo abbasso. Sono pronto. Circa un chilometro mi separa dall’oasi. […] Vedo due accampamenti vicino a una casa quadrata bianca uno di circa 200 uomini e l’altro di circa 50. Poco prima di esservi sopra afferro la bomba colla mano destra; coi denti strappo la chiavetta di sicurezza e butto la bomba fuori dall’ala. Riesco a seguirla con l’occhio per pochi secondi poi scompare. Dopo un momento vedo proprio in mezzo al piccolo attendamento una nuvoletta scura. Ripasso parecchie volte e lancio altre due bombe di cui però non riesco a constatare l’effetto. Me ne rimane una ancora che lancio più tardi sull’oasi stessa di Tripoli. Scendo molto contento del risultato ottenuto. Vado subito alla divisione a riferire e poi dal Governatore gen. Caneva”.

Di per sé quell’attacco non fece un grande effetto, ma ne parlarono tutti i giornali del mondo. Durante la Grande Guerra svolse il ruolo di istruttore e collaudatore presso il Battaglione Aviatori di stanza a Torino. Morì a 57 anni, nell’ottobre del 1939.
