La scomparsa della targa a lui dedicata è un altro brutto segno di trascuratezza

( t.b.) C’è un itinerario a Verona che tutti conoscono. Non è soltanto uno degli angoli più ricchi di storia della città, ma anche uno dei luoghi da cui si gode una delle sue viste più suggestive. È il Ponte di Castelvecchio, capolavoro dell’architettura scaligera del XIV secolo, che con la sua possente struttura in mattoni rossi attraversa l’Adige collegando il castello alla sponda opposta. Da lì lo sguardo abbraccia il fiume, il profilo della città e restituisce, forse meglio di qualunque altro luogo, l’identità di Verona.

All’imbocco del ponte, sul lato di piazza Arsenale, era collocata una targa dedicata a Piero Gazzola, veronese d’adozione che dedicò oltre trent’anni della propria vita alla tutela del patrimonio storico della città.

Piero Gazzola è stato una delle figure più importanti della storia del restauro monumentale italiano del Novecento. Soprintendente ai Monumenti del Veneto occidentale dal 1941 al 1973, durante la Seconda guerra mondiale cercò di salvare il patrimonio monumentale veronese. Non riuscì a impedire che l’esercito tedesco facesse saltare il Ponte Pietra e il Ponte di Castelvecchio, ma nel dopoguerra ne guidò la ricostruzione secondo il principio del “com’erano e dov’erano”, dando vita a un intervento ancora oggi considerato un modello internazionale di restauro.

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Piero Gazzola

Per Gazzola la tutela del patrimonio storico non era una semplice attività tecnica, ma un autentico dovere civile nei confronti delle generazioni future.

Il prestigio del suo lavoro travalicò ben presto i confini italiani. Collaborò con l’UNESCO, fu tra i protagonisti della straordinaria operazione di salvataggio dei templi di Abu Simbel in Egitto e contribuì alla redazione della Carta di Venezia del 1964, ancora oggi il principale documento internazionale in materia di conservazione e restauro dei monumenti. Nel 2019 Verona gli ha dedicato i Giardini Piero Gazzola, tra Castelvecchio e l’Arsenale, proprio per ricordare il suo contributo decisivo alla conservazione dell’identità storica della città.

Nello stesso luogo simbolo della sua opera era stata collocata una targa commemorativa. Non era un semplice elemento di arredo urbano: era un segno di riconoscenza, un punto di riferimento per cittadini e visitatori, uno strumento di memoria capace di raccontare, anche a chi attraversava distrattamente quel ponte, chi fosse l’uomo grazie al quale quel ponte era tornato a vivere.

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La targa rimossa

Oggi quella targa è stata rimossa. E, almeno per quanto è dato sapere, senza alcuna spiegazione.
La sua scomparsa è il simbolo di qualcosa di più profondo.

Purtroppo anche Verona, che appena dieci anni fa poteva essere considerata una vera “bomboniera” per bellezza, pulizia, ordine e armonia, mostra sempre più spesso segni di trascuratezza. Quando si smette di custodire i luoghi della memoria, il degrado non riguarda soltanto gli spazi urbani: coinvolge l’identità stessa della città.

Una città senza memoria è una città senza anima.

Rischia di trasformarsi in un luogo attraversato da interminabili flussi di turismo mordi e fuggi, dove monumenti e ponti diventano semplici scenografie e non più pagine di una storia da conoscere e tramandare. È proprio questo il contrario di ciò in cui credeva Piero Gazzola. Egli insegnava che ogni monumento restaurato rappresenta un ponte tra il passato e il futuro e che la tutela del patrimonio è un investimento culturale destinato alle generazioni che verranno.

Per questo la targa dedicata a Piero Gazzola dovrebbe tornare al suo posto. Non per celebrare una persona, ma per ricordare un’idea di città: una Verona consapevole della propria storia, orgogliosa della propria identità e capace di custodire la memoria come il bene più prezioso che possa lasciare a chi verrà dopo di noi.

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