(Angelo Paratico) La morte di Gengis Khan nel 1227 non fermò l’avanzata mongola. Nel costruire il più vasto impero del mondo si muovevano con una studiata ferocia, non solo seguendo la loro sete di bottino ma restando fermamente convinti di dover compiere una missione divina. Erano animisti e adoravano Tengri, la dea dell’eterno cielo blu. Più avanti, in parte, si convertirono al nestorianesimo, una forma di cristianesimo anche perché Yesu in mongolo vuol dire 9, il loro numero fortunato. La tomba di Genghis Khan non è stata ancora trovata, si sa solo che si trova all’interno di un’area della Mongolia nota come il Grande Taboo, grande come mezza Europa.

Le loro tecniche belliche avevano raggiunto la perfezione, e prima dell’arrivo delle armi da fuoco, si potevano dire invincibili. I cavalieri mongoli non furono mai più di centomila, anche se il loro termine per campo, urdu o orda, indica nella fantasia popolare milioni di armati.
I loro archi riflessi (con le punte in avanti in stato di riposo) erano straordinari dal punto di vista tecnologico, riuscendo a scagliare una freccia a quattrocento metri di distanza, contro i duecento metri massimi degli archi europei e dei moderni Kalasnikov. Venivano addestrati sin da bambini a scoccarle da cavallo, mantenendo la cadenza di una ogni quindici secondi e riuscendo a rilasciarle quando l’animale era al galoppo, sollevato sulle quattro gambe, al massimo della sua stabilità.
La loro superiorità bellica era dovuta alla mente straordinaria di Gengis Khan, una sorta di Leonardo da Vinci mongolo, un uomo che evidentemente s’era destato quando tutti gli altri dormivano. Pur analfabeta e di mente aperta, sapeva cogliere concetti complessi e adattarli ai propri fini. Non disdegnava di andare a discutere le proprie strategie con i suoi più umili cavalieri e aveva adottato nuove tecniche belliche carpite ai nemici.
Non nutriva pregiudizi razziali o religiosi, e fu lui a inventare il concetto di concedere pieni poteri decisionali ai propri generali, ciò che i tedeschi chiamano “Auftragstaktik” e pure la tanto celebrata “Blitzkrieg”, caratterizzata da repentini attacchi, sono un suo contributo. Non per nulla i nazisti furono suoi ammiratori, ma non riuscirono ad afferrare la sua essenza, il suo spirito ecumenico, ma a studiarne solo le tattiche e la sua studiata ferocia. I mongoli crearono anche un dipartimento di disinformazione e di propaganda, in stile sovietico, per far credere ai nemici che erano più numerosi e terribili di quanto lo fossero in realtà. Gengis capì prima degli altri che il panico è l’arma più forte di cui dispone un esercito.
Promosse la fondazione di scuole e industrie e lo storico inglese Edward Gibbon scrisse che con la Pax Mongolica tutto il mondo conobbe un’epoca di grande progresso. Si diceva che una donna con in testa un cesto colmo di monete d’oro potesse tranquillamente attraversare le loro terre senza essere molestata. La via per la Cina era aperta e decine di mercanti genovesi e veneziani ci andarono, senza più essere molestati dai persiani che agivano da intermediari. Piantarono limoni e carote in Corea, insegnarono ai turchi ad annodare tappeti e ai tedeschi a preparare i crauti. Usarono cartamoneta fuori dalla Cina, per poter muovere più agevolmente tutto l’argento e l’oro che razziarono. Il grido hurrà! Che ancora usiamo, è mongolo.
Senza aver davvero mire di conquista sull’Europa, raggiunsero Vienna, Budapest e Venezia. Avrebbero potuto occuparci facilmente con poche migliaia di cavalieri – non usavano mai fanteria – se lo avessero voluto, ma ci salvò la morte di Ogodei Khan (avvenuta l’11 dicembre 1241), terzo figlio di Gengis, e la loro necessità di concentrarsi sulla conquista della Cina, molto più ricca dell’Europa occidentale.
Dopo aver messo a ferro e fuoco la Russia, il vecchio generale mongolo Subutai, nel marzo del 1241, entrò in Europa alla testa di una colonna di quarantamila cavalieri, avendo ricevuto la consegna di avanzare e saggiare la resistenza di quelle genti. Si divisero in due colonne, una andò verso la Germania, guidata da Baidar e Baidu, nipoti di Ogodei Khan, e l’altra discese in Ungheria. Impiegarono la loro usuale tattica di incendiare i villaggi, per spingere avanti i contadini terrorizzati, a cercar rifugio nelle altre città, esaurendo le loro provviste e diffondendo il panico.

Il re tedesco Enrico II di Slesia dispiegò il suo esercito, composto da trentamila fanti, tedeschi e polacchi, e una formazione di nobili cavalieri teutoni, armati pesantemente, e attese i misteriosi invasori a Leignitz. Era il 9 aprile 1241.
I cavalieri teutoni partirono all’attacco ma furono respinti da sciami di frecce. Ci provarono una seconda volta e i mongoli voltarono i cavalli e fuggirono. I teutoni li inseguirono ma dopo alcuni chilometri, i mongoli trovarono i propri cavalli freschi, che montarono, abbandonando quelli stanchi e, voltandosi, li accerchiarono. Questa era la loro strategia preferita, che attuavano alzando e abbassando delle bandiere e che Marco Polo ben descrisse nel Milione.
Quel giorno massacrarono il fiore della nobiltà polacca e tedesca. In pochi scamparono, lasciati andare solo per diffondere il terrore. Poi cambiarono direzione, muovendosi per andare incontro ai propri compagni in Ungheria. Alcuni storici credono ancora che il sacrificio di Enrico II, caduto sul campo, abbia salvato l’Europa, ma in realtà non fu così.
Nel frattempo, la colonna guidata da Batu e Subutai si trovava già prossima a Pest e gli ungheresi andarono loro incontro, guidati da re Bela IV, con un esercito imponente per l’epoca: settantamila uomini che comprendevano anche francesi, austriaci, serbi, tedeschi e italiani. I mongoli arretrarono per qualche giorno, finché non trovarono un terreno che giudicarono favorevole allo scontro. Gli ungheresi s’accamparono a Mohi, sulla riva del fiume Sajò e fortificarono il proprio campo, con il nemico posto sull’altra sponda.

Subutai, di notte, trovò un punto più a sud, dove il corso d’acqua era guadabile. Lo passò e, all’alba dell’11 aprile 1241, alle sette di mattina, piombò sugli ancora assonnati ungheresi. I mongoli, per snidarli dalle palizzate, usarono anche delle catapulte che lanciavano dei barili contenenti polvere da sparo: una tecnica cinese mai vista prima, come anche l’uso di razzi.
Quello fu il primo attacco d’artiglieria mai visto in Europa. Terrorizzati dalle esplosioni, gli ungheresi si precipitarono fuori dai campi, ma i mongoli avevano preparato una sorta di grande “corral” come fanno i cow-boy con le vacche, illudendoli che la via della ritirata verso Pest fosse libera. Una volta infilatisi fra le palizzate, questi venivano colpiti con frecce o finiti a colpi di lancia. Ne massacrarono circa quarantamila quel giorno e quel luogo è ancora sacro alla memoria degli ungheresi.
Nessuno sapeva chi fossero quei misteriosi cavalieri usciti dalle steppe asiatiche, che mandavano un puzzo bestiale, non lavandosi mai nella loro vita, dalle gambe storte, dal viso incartapecorito e cagnesco, a Verona in Santa Anastasia ne abbiamo un ritratto pressoché perfetto opera del Pisanello. Parlavano una strana lingua dai suoni gutturali. Sembravano tutti dei mostri invincibili, arrivati da un altro pianeta o usciti dall’inferno; infatti, si dicevano tartari e questo confermò la loro origine infernale, dal latino “tartarus”.
Entrarono a Pest e nella piazza della città allinearono 300 giovani vergini offerte dalle più nobili famiglie ungheresi come ostaggi; erano ragazzine dai 14 ai diciotto anni. Le decapitarono tutte sotto gli occhi esterrefatti del popolo. Quello fu il loro biglietto da visita, fatto per dissuadere chiunque dal ribellarsi.

Il panico corse veloce sul nostro continente, con i predicatori nelle chiese che li scambiarono per l’avanguardia dei cavalieri dell’Apocalisse e raccomandavano offerte e rinunce.
Quel giorno finì il Medioevo in Europa, con il concetto di superiorità dell’ordine cavalleresco, e della nobiltà così come l’idea della superiorità dell’Europa cristiana sul resto del mondo e iniziò una nuova epoca, la nostra, feroce, aperta e sempre alla ricerca di nuove armi.
