(David Benedetti*) Oggi, nelle mie classi, ho dedicato le ore a parlare dell’11 settembre 2001.Non per aggiungere un’altra commemorazione alle molte che, ogni anno, accompagnano questa data. E nemmeno per ripetere immagini che appartengono ormai alla memoria collettiva, spesso consumate dalla loro stessa ripetizione.
Ho cercato piuttosto di spiegare perché, dopo quel giorno, il mondo abbia cominciato a funzionare diversamente.

Per molti dei miei studenti l’11 settembre è storia. Una storia che non hanno vissuto, che conoscono attraverso fotografie, documentari, racconti degli adulti. Per chi insegnava o studiava allora, invece, quelle immagini appartengono ancora alla cronaca: il televisore acceso, le notizie confuse, le telefonate ai familiari, la sensazione che qualcosa di enorme stesse accadendo senza che fosse ancora possibile comprenderne le conseguenze.

È proprio questa distanza generazionale che rende necessario parlarne a scuola.

Spiegare l’11 settembre non significa soltanto raccontare l’attacco alle Torri Gemelle, al Pentagono e il sacrificio dei passeggeri del volo United 93. Significa ricostruire ciò che venne dopo: le guerre in Afghanistan e Iraq, la nuova centralità della sicurezza, la trasformazione dei controlli negli aeroporti, la lotta al terrorismo, le conseguenze sulle libertà individuali, il ruolo dell’intelligence, il rapporto tra sicurezza e privacy.

Significa soprattutto capire che gli eventi storici non finiscono quando finiscono le immagini in televisione.

L’11 settembre ha modificato il linguaggio con cui abbiamo cominciato a guardare il mondo. Ha reso familiare l’idea di una minaccia globale, ha cambiato la percezione dei confini e della sicurezza occidentale, ha inciso sulla politica internazionale e sulla vita quotidiana di milioni di persone. Molte delle scelte compiute negli anni successivi, alcune ancora oggi discusse, nascono dentro quella frattura.

chris robert TT4mu31W8h0 unsplash

Per questo credo che la scuola abbia un compito preciso: non trasformare la memoria in una liturgia, ma trasformarla in comprensione.

Ai ragazzi non serve soltanto sapere che cosa è accaduto l’11 settembre. Serve chiedersi perché sia accaduto, quali condizioni lo abbiano reso possibile, quali risposte siano state date e quali conseguenze abbiano prodotto. Serve distinguere la memoria dalla propaganda, la sicurezza dalla paura, la spiegazione dalla giustificazione.

La storia, del resto, non assolve e non condanna: prima di tutto interroga.

E forse il modo più serio per ricordare le vittime dell’11 settembre è proprio questo: rifiutare la semplificazione. Dietro quelle migliaia di morti c’erano persone, famiglie, vite interrotte. Ma dietro quel giorno c’era anche un mondo complesso, che non può essere ridotto a una sola immagine.

Venticinque anni dopo, la domanda non è soltanto che cosa sia successo quel giorno.

La domanda è: quanto di quel giorno vive ancora nel mondo che abbiamo costruito dopo?

È una domanda che vale la pena portare dentro una scuola. Perché gli studenti di oggi non hanno visto le Torri Gemelle crollare. Ma vivono ancora, in molti modi, dentro le conseguenze di quel crollo.

Ed è forse questo il senso più autentico della memoria: non guardare soltanto indietro, ma capire meglio il presente.

*insegnante Liceo Scientifico