Stiamo assistendo a un succedersi di crisi e guerre nel Vicino Oriente con Stati Uniti e Israele contro l’Iran, l’Iran contro gli stati del Golfo, Israele in Libano, in Siria e a Gaza. Ma anche il Mar Rosso, importante via d’acqua con  lo stretto di Bab el Mandeb è investito in pieno dalla guerra e gli Houthi intanto marciano nello Yemen scontrandosi con l’Arabia Saudita.

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato Salvo Ardizzone, saggista e già redattore capo della rivista di geopolitica “Il Faro sul Mondo”, specializzata sul Vicino Oriente. Autore, fra l’altro, della trilogia: “Medio Oriente: dall’egemonia Usa alla resistenza islamica”, “Medio Oriente: risveglio islamico e false primavere” e “Medio Oriente: la guerra in Siria – la resistenza islamica palestinese”.  Qui Ardizzone fa un’analisi approfondita della crisi, dei suoi protagonisti e delle dinamiche che poi si stanno ripercuotendo  anche sull’Italia.

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Salvo Ardizzone

Dottor .Ardizzone, dando un occhiata alla carta geografica della penisola arabica ci si rende conto che i confini sono stati tracciati da ex potenze coloniali europee, non ci sono Stati Nazione come l’Iran, ma tribù che detengono il potere grazie ai proventi del petrolio. Ci può fare una panoramica sulla storia di queste entità?

«È indubbio che l’Asia Occidentale sia stata modellata in base agli interessi coloniali, nel caso della Penisola Arabica britannici, tuttavia, con delle considerevoli differenze fra i sette stati che la compongono: Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen e Arabia Saudita. Per entrare nei particolari di ciascuno non basterebbe un libro, mi limiterò dunque all’essenziale con una considerazione preliminare: erano allora popolazioni assai povere, il petrolio venne in epoca più tarda. Nel 1939 il greggio estratto in tutta l’Asia Occidentale era appena il 5,5% di quello allora estratto nel mondo, sebbene si sapesse già che nell’area si trovassero le più grandi riserve del pianeta. Di gas neppure si parlava». 

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Arabia Saudita

«Cominciamo dall’Arabia Saudita, un bizzarro non-stato, proprietà di una famiglia regnante da cui prende anche il nome; ai tempi nostri siamo al terzo tentativo dei Saud di dominare quegli spazi, dopo quelli riusciti e poi falliti fra Settecento e Ottocento. Il loro potere si basava sulle affiliazioni tribali e la tradizionale alleanza con gli ulema wahhabiti, fautori di una visione oscurantista e distorta dell’Islam sunnita, tanto da essere spesso definita “takfira”, ovvero eretica. 

Il regno attuale è quello con cui nel 1932 Abdulaziz Ibn Saud inaugurò l’Arabia Saudita odierna, un’entità (difficile chiamarla nazione) il cui unico asset a quel tempo era il controllo dei luoghi santi e il prestigio che ne derivava, con una notazione: i Saud erano del Nejd, regione centrale dell’Arabia che nulla aveva a che vedere con le tribù dell’Hijaz, i Quraysh storici custodi della Mecca e di Medina, a cui occhi i Saud apparivano rozzi parvenu. Ricchezza e potere sono recenti: nel 1945, Roosevelt, di ritorno da Yalta, si fermò nel Mar Rosso per incontrare Abdulaziz Ibn Saud e stipulare un felice matrimonio d’interesse all’insegna dell’oil for protection, ovvero, controllo delle riserve energetiche in cambio di sicurezza (i fiumi di greggio e dollari, con ciò che ne è conseguito, sarebbero venuti decenni dopo).

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Un patto che al momento del bisogno gli USA hanno sistematicamente disatteso, quando non coerente ai loro stretti interessi; lo hanno fatto infinite volte, citando le più rilevanti nel 1979, 2011, 2019, 2021 e, da ultimo, scatenando la guerra nel Golfo al seguito di Israele, con ciò costringendo una leadership saudita in stato confusionale a precipitoso riposizionamento, in cerca di un nuovo protettore che non riesce a trovare, ponendosi a grave rischio d’implosione». 

Bahrein e Kuwait

«Diversa è la storia di Bahrein e Kuwait: il primo è un piccolo emirato sviluppato su un arcipelago dinanzi alla costa saudita che, dopo varie vicende, passò dall’Impero Ottomano al protettorato britannico, fino a una dubbia indipendenza ottenuta nel 1971 – al tempo della ritirata inglese a est di Suez – autoproclamandosi regno nel 2002 per divenire infine un protettorato di fatto di Riyadh dopo la rivoluzione soffocata dai sauditi nel 2011. Esaurito quasi del tutto il petrolio, la sua rilevanza è data dalla Base della V^ Flotta a Manama (che, a dire il vero, ospitava stante la sua odierna distruzione). 

Il Kuwait è invece il più tipico esempio di stato nato dal processo coloniale, perché null’altro è che un’antica provincia dell’Iraq, separata da esso per arbitrio britannico al fine di limitarne lo sbocco al mare e le risorse depotenziandone il peso. Ottenuta l’indipendenza negli anni ’60, è divenuto un emirato ricco, anzi, ricchissimo grazie al petrolio, ma è politicamente irrilevante perché succube degli USA – le cui basi, oggi anch’esse distrutte, lo costellano – e dell’Arabia Saudita».

Qatar

«Altro discorso è da fare per il Qatar, una penisola che dai confini sauditi si protende nel Golfo Persico; dopo essere stato dominato da persiani, ottomani e britannici, nel 1971 è divenuto un emirato indipendente. Anche troppo per il vicino saudita: la volontà di seguire un’agenda propria e lo storico sostegno alla Fratellanza Musulmana lo hanno portato alla rottura con Riyadh, che ha superato grazie al sostegno di Turchia e Iran (con cui divide il più grande giacimento di gas al mondo). È ricco, anzi, straricco, e ciò, unito a una certa autonomia, lo ha reso un mediatore efficace di molte crisi al mondo; ma anche inviso per una certa sua autonomia d’azione – in qualche grado anche agli USA – finendo ai giorni nostri per pagare pegno».

Emirati Arabi Uniti

«E poi ci sono gli Emirati Arabi Uniti: una federazione di sette emirati, a suo tempo dominati dai britannici, che ha ottenuto l’indipendenza nel 1971. Anch’essi sono straricchi – quantomeno lo erano prima delle vicende odierne – grazie al petrolio e al gas di cui abbondano ma, a differenza della gran parte degli stati della regione, hanno avuto la capacità di diversificare ampiamente la loro economia creando il “modello Dubai”, unione di finanza (all’occorrenza opaca), mercato immobiliare e turismo, a cui hanno aggiunto la logistica portuale (DP World è uno dei maggiori colossi mondiali del settore). 

Inizialmente junior partner di Riyadh, la leadership emiratina ha saputo gestire economia e politica in modo assai più efficiente dei sauditi, finendo per divaricare la sua agenda fino a divenire una loro aperta concorrente in sede OPEC (che per questo ha recentemente abbandonato) e negli infiniti dossier che ha aperto per ampliare affari ed influenza in Africa, in Asia Occidentale e nella stessa Penisola Arabica, dove s’è più volte scontrata con Riyadh per il controllo dei porti dello Yemen e sull’imbocco del Mar Rosso.

Ha tenuto una politica a dir poco spregiudicata, andando a braccetto con Israele (fra gli stati del Golfo è il più vicino a esso, che ha riconosciuto aderendo ai Patti di Abramo) e con gli USA, ma flirtando apertamente con la Cina. 

Dunque, tutto bene? Non proprio, anzi, per nulla. La guerra che sta infuriando nel Golfo ha messo in crisi il “modello Dubai” insieme al comparto dell’energia, e si avvertono sinistri scricchiolii in un paese che ha una popolazione composta per circa il 90% di immigrati ed è tenuto insieme dal benessere. Ora in fase decisamente calante». 

Oman

«Per molti versi diverso dagli altri è l’Oman: ha un’identità statale dalle radici secolari; tralasciando i tempi lontani, l’attuale dinastia al-Busaidi ha fondato lo stato nel 1744 ma, ancora prima, a partire dal Seicento, gli omaniti hanno espulso i portoghesi affrancandosi dalla dominazione coloniale. In tempi successivi hanno fondato un impero che ha conteso a lungo a britannici e portoghesi il controllo del Golfo Persico e dell’Oceano Indiano.

Solo nel XX° secolo l’Oman è divenuto protettorato inglese, sebbene mantenesse una formale indipendenza; una parentesi che è durata fino al 1970, quando il sultano Qaboos depose il padre Said e riformò radicalmente il paese, determinando il cosiddetto “Rinascimento dell’Oman”, facendone una nazione prospera, solida e per questo capace di mediare efficacemente con i suoi vicini. E per inciso: fra gli stati della Penisola, è quello che da sempre ha meglio saputo tutelare la propria autonomia, sia dalle pretese egemoniche USA che da quelle saudite»

Yemen

«Lascio per ultimo lo Yemen per le sue peculiari caratteristiche passate e presenti: è uno dei più antichi centri di civilizzazione al mondo e, in epoca moderna, ha avuto un passato che definire tormentato è poco, spaccato in due stati fra nord e sud in eterno conflitto. È di gran lunga il più povero fra i paesi della Penisola: le sue risorse – anche energetiche – sono limitate oltre che storicamente depredate dalle cleptocrazie che lo hanno (s)governato.

Ciò, unito alla guerra che vi infuria da decenni, gli ha impedito di mettere a frutto una posizione geografica cruciale. È un paese su base tribale, i cui potentati erano cooptati nella gestione del potere dall’interno (per decenni, a dominare era la cerchia dell’eterno “Presidente” Ali Abdullah Saleh) e in particolare dall’esterno (l’Arabia Saudita l’ha considerato il proprio cortile di casa); situazione infranta col sorgere di Ansarullah.

Tagliando con l’accetta per semplificare una situazione assai complessa, resa ancor più fluida dal conflitto in corso, attualmente il nord-ovest con la capitale Sana’a – dove risiede oltre l’80% della popolazione – è saldamente in mano alla Resistenza yemenita; le zone prevalentemente desertiche e spopolate dell’est, dove si trovano le ad oggi modeste risorse energetiche, sono sotto il controllo saudita attraverso un Consiglio Direttivo Presidenziale – strumento fantoccio di Riyadh – e numerosi potentati tribali, come lo era la costa meridionale del Mar Rosso prima della recente offensiva di Ansarullah.

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La costa affacciata sul Golfo di Aden è sotto il controllo del Consiglio di Transizione Meridionale, gruppo separatista patrocinato e foraggiato dagli Emirati, che fra il dicembre e il gennaio scorsi erano stati estromessi dal paese dai sauditi, oggi in clamorosa difficoltà dinanzi alla Resistenza yemenita».  

Postilla finale: con l’esclusione dello Yemen, teatro di una lotta di liberazione da influenze e dominazioni esterne, e quella parziale dell’Oman, i paesi della Penisola Arabica sono stati accomunati dall’appartenenza al sistema di potere posto dagli Stati Uniti sulla regione – di cui Israele è divenuto pilastro irrinunciabile e condizionante – che ha visto famiglie regnanti e centri di potere interessati a mantenere uno status quo giudicato da essi conveniente.

Un sistema oggi in avanzata fase di destrutturazione a seguito di dinamiche enormemente accelerate dal 7 Ottobre e, ancor di più, dall’aggressione all’Iran del febbraio scorso. Oggi, dinanzi agli sconquassi causati dagli USA, del tutto indifferenti agli interessi degli antichi partner, quegli stati sono impegnati a riposizionarsi per tentare di definire un equilibrio post americano dinanzi al fallimento del fu egemone e alla a-strategica deriva di Israele, divenuto incontrollata scheggia impazzita».

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 Non sarebbe giusto chiamarli Houthi

Ansar Hallah è il movimento degli Houthi, quelli che qui in Occidente vengono definiti in modo superficiale come” guerriglieri con i sandali, come è nato e cosa si prefigge esattamente?

«La Resistenza Islamica yemenita – Ansarullah o Ansar Allah – è nata nel 1986 fra le popolazioni sciite del nord dello Yemen; l’appellativo Houthi deriva dal nome della tribù del fondatore del movimento, Hussein Badreddin al-Houthi (a guidarlo oggi, dopo il suo assassinio per mano saudita, è il fratello, Abdul-Malik al Houthi). All’inizio la denominazione Houthi aveva una qualche giustificazione perché sorse in quel contesto, ma è fondamentalmente errata, in quanto dà una connotazione tribale e settaria a un soggetto che fin da subito si è rivolto trasversalmente all’intera popolazione yemenita, sunnita o sciita che fosse. E per inciso: molti dei suoi aderenti sono sunniti.

La sua dottrina si rifà alla Dottrina della Resistenza propria della Rivoluzione Islamica, declinata in funzione delle caratteristiche culturali, sociali, storiche, economiche e politiche del paese, per cui, pur avendo lo stesso orizzonte valoriale, la sua applicazione è diversa da quella iraniana, come del resto – per le medesime ragioni – sono diverse l’una dall’altra quelle degli altri soggetti dell’Asse della Resistenza che, tuttavia, si riconoscono e combattono tutti per una medesima causa. E sottolineo: con un’agenda propria, per cui è errore da matita blu (o malafede) chiamarli proxy dell’Iran. 

Il cuore della dottrina è la richiesta di una giustizia sociale, la negazione del potere ingiusto, l’opposizione alle varie potenze che spadroneggiano in Yemen e ai vari potentati che fanno a loro riferimento, la difesa delle popolazioni vessate. E per questo fin dall’inizio fu soggetto di sanguinose repressioni per la paura saudita che un tale messaggio si diffondesse nell’Arabia meridionale, destabilizzando il potere di Riyadh.

Sarebbe troppo lungo, anche se affascinante, tracciare il percorso di Ansarullah, mi limito a dire che nel 2015 prese il potere a Sana’a, instaurando nella capitale un proprio governo. A causa della sua rapida avanzata (arrivò ad Aden) fu aggredito da una coalizione messa in piedi e strapagata dai sauditi e per 7 anni la popolazione ha sopportato l’insopportabile: bombardamenti indiscriminati, la carestia provocata da un blocco totale, epidemie, attacchi d’ogni genere, ma seppe restituire i colpi e nel 2022 costrinse Riyadh a stipulare una tregua che, tuttavia, mantenne sostanzialmente il blocco del paese. 

Dai giorni del 2015 tantissimo è mutato, ed è fuorviante definire gli uomini di Ansarullah “ribelli in ciabatte” o giù di lì. Chiunque conosca il movimento sa che dispone di Forze Armate estremamente efficienti, coese e motivate, in grado di usare missili, droni e AI in modo micidiale, come e meglio dello scenario ucraino, e i filmati che lo mostrano sul web sono un’infinità.

Il loro obiettivo è restaurare una vera sovranità su tutto il paese, liberandolo dalle dominazioni straniere (di sauditi, emiratini, americani, etc.) e dai potentati cui esse fanno riferimento, riappropriandosi delle risorse dello Yemen, oggi saccheggiate quando non utilizzate, per avviare una ricostruzione su base non più settaria ma nazionale».     

L’Arabia Saudita è coinvolta nel conflitto in Yemen dove sembra che le cose per Riyadh si stiano mettendo male nonostante lo strapotere in fatto di armamenti. Quale è attualmente l’andamento delle operazioni e chi sono i principali alleati delle parti in guerra ,con Israele che intanto si  sta muovendo dietro le quinte  e un possibile, almeno sulla carta, intervento della Turchia e del Pakistan ?

«Il compulsivo acquisto di sistemi d’arma non costruisce Forze Armate efficienti, serve una strategia, oggi del tutto assente, e materiale umano che i sauditi non sanno né possono mettere in campo al di là di mercenari che alla mala parata si squagliano.

Pochi mesi fa Riyadh aveva garantito agli USA che avrebbe risolto il problema Ansarullah, peccato che la Resistenza l’abbia preceduta, anticipando le forze di Tariq Saleh (nipote dell’omonimo defunto ex Presidente) con un fulmineo attacco che le ha travolte, giungendo in pochi giorni a Bab el-Mandeb ed occupando le isole Hanish e Perim al centro dello Stretto. Al contempo, ha posto sotto assedio Taiz – la terza città del paese – ed è all’attacco nei governatorati di Marib e al-Jawf. 

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La pubblicizzata controffensiva “Alba dello Yemen” delle “forze lealiste (leggi: mercenari al soldo di sauditi ed emiratini riuniti dinanzi alla minaccia) s’è arenata sotto un diluvio di missili e droni della Resistenza che stanno anche martellando aeroporti, infrastrutture strategiche ed energetiche saudite, per rispondere agli intensi bombardamenti indiscriminati di Riyadh. 

S’è tanto parlato degli Accordi della Mecca favoleggiando una sorta di NATO sunnita: balle, al massimo è l’inizio di un allineamento politico travolto dall’incalzare degli eventi. Turchia e Pakistan hanno dichiarato che non andranno oltre la difesa (d’ufficio) delle infrastrutture saudite, come pure ha comunicato l’Egitto. Francia e Regno Unito si stanno muovendo, ma è più che altro scena: spostare un pugno d’aerei e intercettori per mostrare d’essere nel gioco. Di mettere scarponi sul campo in Yemen non se ne parla. La stessa Casa Bianca, malgrado supplicata da Riyadh, non intende intervenire – almeno per ora – perché non può permettersi d’aprire un altro fronte.

Stante la situazione, la leadership saudita è alla ricerca d’un nuovo protettore a cui vendersi, ma non lo trova. Addirittura, sono in corso colloqui di alto livello con l’Iran perché si ponga come mediatore con Ansarullah. Israele ha offerto il suo aiuto, ma il prezzo chiesto e comunque implicito sarebbe talmente alto che, malgrado la situazione, Mohammed bin Salman non intende accettare per non rischiare di fare la fine di Sadat».  

Secondo lei per l’Arabia  Saudita e per la famiglia Saud potrebbe prospettarsi una sconfitta di portata strategica? Quali conseguenze politiche ed economiche ci potrebbero essere a cascata sia sulla monarchia saudita, sia sulle altre “petromonarchie” del Golfo coinvolgendo di riflesso anche  Israele con i suoi “Patti di Abramo” e l’IMEC, corridoio  economico India- Vicino Oriente -Europa?

Un mondo che si sta sfaldando

«Malgrado le infinite lezioni subite, l’Arabia Saudita non ha mai imparato che il denaro non fa potenza, la serve se si è capaci di articolarla. Già nel 2015 Mohammed bin Salman, fresco d’esordio alla ribalta internazionale, aveva pensato a una facile vittoria nello Yemen per consolidare la sua fulminea ascesa all’interno della Casa Reale saudita, andando invece a sbattere. Oggi, come riportato da The Economist in una lunga inchiesta, MbS vede fallire tutte le sue scommesse in contemporanea, dal ridisegno dell’economia (la fantasiosa Vision 2030) alla rivincita su Ansarullah (che gli avrebbe consegnato lo Yemen), al confidare sull’affidabilità USA (ennesima ingenuità).

In cerca d’una sopravvivenza divenuta dubbia, Riyadh è in cerca di chi gliela garantisca ma non si scorge: in un mondo che cambia vorticosamente gli attori si dividono fra predatori e prede, e l’Arabia Saudita oggi è potenziale preda, come la gran parte dei non-stati del Golfo.

Privi di struttura nazionale degna di nome, abituati a regnare come satrapi su schiavi, si vedono tagliare le risorse economiche e annaspano. Hanno di fronte avversari che non possono comprare perché seguono una causa che non si compra, e hanno amici che vogliono sfruttarli e poi gettarli. Gli USA l’hanno fatto più e più volte. Di Israele è inutile parlare, l’ho già detto, è scheggia impazzita che ferisce tutti. I Patti di Abramo sono stati seppelliti il 7 Ottobre. Insieme all’IMEC, fantasia partorita dai desideri, contraria ai fatti.  

Se, come parrebbe, la guerra riprenderà dopo le elezioni USA, il Regno Saudita sarà attaccato da ogni parte. Difficile scommettere su di esso, come sulle altre petromonarchie. È tutto un mondo che si sta sfaldando».        

Da un punto di vista economico il blocco quasi totale dello stretto di Bab el Mandeb unito a Hormuz chi sta danneggiando in maggior misura a livello internazionale? L’Europa appare del tutto insignificante, mentre gli Stati Uniti nonostante le forze messe in campo e i proclami di Trump, non sono riusciti a riaprire i due stretti . Chi vince e chi perde in questa prova di forza?

«Il nocciolo della questione è che le vicende della guerra hanno offerto alla Resistenza l’opportunità d’assumere il controllo di Hormuz e Bab el-Mandeb; sarebbe stato sufficiente un atlante per comprendere le conseguenze del conflitto.

A Iran e Ansarullah non serve chiudere del tutto gli Stretti, non lo vogliono perché danneggerebbe non solo i loro nemici ma anche il resto del mondo; a loro basta regolare selettivamente il passaggio. E poi, non ha senso chiuderli, il pericolo basta a far schizzare al cielo assicurazioni e noli, ergo, greggio e gas. Ciò li ha fatti assurgere a indiscusse potenze regionali – e qualcosa in più – oltre che assicurarsi i pedaggi e il dividendo politico di concederli. 

I sette stretti del mondo

«C’è poi un altro aspetto minimizzato in Occidente ma molto attenzionato nel Sud Globale: l’essenza dichiarata del potere americano era la talassocrazia, il potere di controllo sui choke point del mondo, i colli di bottiglia attraverso cui passa il commercio globale. Quelli canonici sono sette: Hormuz è la porta energetica del pianeta e Bab El-Mandeb quella logistica, entrambe sono state sottratte agli USA. Tolto l’accesso da sud, crolla la rilevanza di Suez e il Mediterraneo torna lago chiuso: fine del Medioceano connessione fra area indopacifica e atlantica.

Se a questo s’aggiunge la chiusura del Bosforo, di cui la Turchia s’è assunta esclusivo controllo causa guerra ucraina, e il declassamento di fatto del canale di Panama, imposto da cause ambientali difficilmente reversibili, all’ex Superpotenza non resta molto: Gibilterra, affaccio su un bacino per lei ora privo di sbocco, e Malacca, lo Stretto degli Stretti il cui controllo suscita il crescente – e impellente – interesse della Cina, ma anche delle potenze rivierasche – Indonesia, Malaysia, Singapore – invogliate a seguire, magari in maniera soft, l’esempio iraniano.  

Il maggior danno lo subiscono lo spazio europeo – Italia in testa – che ne esce stritolato, e gli USA, ormai con le valige in mano, scacciati dalle basi distrutte e da un Golfo che si sta ridisegnando. Con una postilla: in Asia Occidentale i vecchi partner del fu Egemone cercano nuove sponde ed equilibri, i paesi europei non ci provano neppure, fissi nella propria sudditanza anche quando le gabbie in cui erano rinchiusi – NATO e UE – stanno andando in pezzi. 

Chi vince? Dell’Asse della Resistenza abbiamo detto, la sua partita è ancora in corso e la gioca con l’interessato aiuto di Russia e Cina; anch’esse sono vincitrici nette, l’antico Impero del Centro più di tutti, s’afferma senza sparare un colpo facendo tesoro della massima: “mai interrompere un nemico che fa un errore”. E gli USA, con i vassalli/partner dietro, ne stanno inanellando uno dopo l’altro».