Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ne ha parlato con il generale Maurizio Boni, che è stato il vicecomandante dell’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell’Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo).

Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l’Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell’Esercito e vicecapo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. 

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Gen. Maurizio Boni

Generale Boni la guerra scatenata da Washington e Tel Aviv contro la Repubblica Islamica dell’Iran era da tempo annunciata. Il breve conflitto durato 12 giorni a giugno è stato probabilmente la prova generale di quello del 28 febbraio di quest’anno. Senza contare le conseguenze  che l’assassinio di Khamenei avranno sul proseguo della guerra e sul dopo guerra. Ci vuole illustrare le cause che hanno portato nell’arco di pochi mesi a questo scontro che rischia di ampliarsi da un livello regionale ad uno mondiale? E quali sono le strategie che si confrontano in questo momento?

La dimensione politico-militare

«La guerra contro l’Iran è primariamente condotta per affermare l’egemonia israeliana in tutta l’Asia occidentale, togliendo di mezzo l’Iran quale unico competitore strategico in grado di resistere a questo progetto. Un disegno che Israele o meglio, Netanyahu, persegue da almeno 31 anni. La guerra dei 12 giorni dell’estate dello scorso anno doveva essere, nei piani di Tel Aviv, risolutiva. Ma come sappiamo le cose non sono andate come previsto.

Gli israeliani hanno largamente sottovalutato le capacità militari iraniane e hanno dovuto chiedere agli Stati Uniti d’intercedere con Theran per porre fine al confronto. Da qui, la necessità di coinvolgere pienamente Washington in una successiva campagna offensiva che però, analogamente a quella precedente, non sembra sin da ora affatto decisiva».

«La premessa strategica americana era che l’Iran, di fronte alla schiacciante dimostrazione di forza americana, avrebbe ceduto. Un atto di arroganza, radicata in una profonda e sistematica sottovalutazione della resilienza iraniana, militare ma soprattutto sociale».

«Tel Aviv e Washington perseguono il fine comune del cosiddetto “regime change”. A poche ore dall’avvio delle operazioni, Trump ha rilasciato un video su Truth Social dichiarando esplicitamente che l’obiettivo era il cambio di regime a Teheran. Obiettivo non raggiunto né con la guerra dei 12 giorni, né con le sommosse interne preparate e guidate dai servizi Statunitensi e israeliani dello scorso gennaio, né con la decapitazione della leadership politica e religiosa iraniana».

«E non è neanche pensabile che il bombardamento a tappeto della capitale iraniana possa conseguirlo. Oltretutto, sia Tel Aviv che Washington non possono sostenere un conflitto di lunga durata, mentre l’Iran sì».

«Fallita la ragion d’essere del loro impegno militare, è molto probabile che Tel Aviv tenterà di coinvolgere la NATO, come già sta avvenendo, creando incidenti “ad hoc” in paesi dell’Alleanza da attribuire all’Iran, mentre Washington continuerà a far affidamento sulla propria potenza di fuoco che però ha, in termini logistici, i giorni contati. In entrambe i casi, non si può parlare di “strategia”. Ma di azioni di ripiego».

«Per Theran il discorso è diverso. La priorità assoluta è far sopravvivere l’Iran politicamente e militarmente, ma non solo. Infatti, questo conflitto favorisce il conseguimento dell’obiettivo strategico di ridurre grandemente, se non azzerare del tutto, la presenza statunitense nel Golfo Persico. Per questo le basi americane della regione sono state l’obiettivo principale della risposta iraniana.


La ragione è tecnico-militare: l’Iran dispone di un vasto arsenale di droni e missili a corto e medio raggio che possono raggiungere agevolmente le installazioni americane nella penisola arabica, ma non necessariamente il territorio israeliano. Il bersaglio iniziale non è stato quindi il nemico più aggressivo, ma quello più raggiungibile e più vulnerabile dal punto di vista militare».

«Non è un attacco ai paesi del Golfo in quanto tali, ma alle basi americane e ai siti della CIA che si avvalgono degli stati del Golfo per sostenere il conflitto contro l’Iran. Teheran invia così 3 messaggi: alle monarchie del Golfo, imponendo un costo crescente e dolorosissimo per la scelta di ospitare forze americane; agli USA, dimostrando che la loro presenza è vulnerabile e facilmente neutralizzabile; agli alleati degli Stati Uniti nella regione evidenziando l’assenza americana nel difendere i territori che ospitano le loro basi».

La dimensione economica

«La strategia iraniana ha anche una dimensione economica. L’Iran sta dimostrando di poter interrompere i flussi energetici da cui dipende l’intera architettura della supremazia americana in Asia. Infatti, il controllo americano dei flussi energetici del Golfo è il meccanismo attraverso cui Washington mantiene la dipendenza dell’Asia, e in particolare di Cina, India, Giappone e Corea del Sud, dal proprio ombrello di sicurezza. Se Teheran dimostra di poter chiudere questo rubinetto a piacimento, l’intero argomento della protezione americana perde ulteriormente credibilità». 

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Cosa ne pensa del fatto che per l’ennesima volta gli Stati Uniti hanno intrapreso un azione bellica nel bel mezzo di una trattativa diplomatica, che secondo l’ex ambasciatore Usa in Arabia Saudita Chas W.Freeman, era solo un pretesto per prendere tempo visto che l’attacco era già stato fissato il 29 dicembre 2025 a Mar a Lago?

«Il tema è sempre quello della credibilità degli Stati Uniti non solo in tema di negoziati, ma nel contesto delle relazioni internazionali in generale. In futuro sarà sempre meno probabile che ci si possa fidare di Washington, e questo effetto non potrà avere che ricadute negative anche, e soprattutto mentre parliamo, sui negoziati con Mosca nel contesto del conflitto russo ucraino».

«Le condizioni poste dagli USA a Teheran nei negoziati sul nucleare includevano lo smantellamento completo dei siti di Fordow, Natanz e Isfahan, il trasferimento dell’uranio arricchito agli Stati Uniti, il divieto permanente di arricchimento e restrizioni indefinite.


Erano richieste formulate per ostacolare, non per facilitare, qualsiasi soluzione diplomatica, riflettendo una strategia radicata nella cattiva fede. Un chiaro pretesto, oramai evidente, per definire un casus belli. L’attacco era pianificato da mesi mentre si mantenevano apparenti aperture diplomatiche. Un dispiegamento di forze come quelle che operano nel Golfo, il più massiccio dalla guerra in Iraq del 2003, era già ampiamente in corso mentre i colloqui erano formalmente attivi. I negoziati non sono mai stati concepiti come un tentativo serio di raggiungere un accordo».

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Generale, in questi primi giorni, secondo quanto riportato dal mainstream occidentale, parrebbe che l’iniziativa tattica sia saldamente nelle mani delle forze statunitensi ed israeliane che stanno facendo grande uso dell’aviazione e missili Cruise, mentre l’Iran utilizza in prevalenza missili balistici, ipersonici e droni. I mezzi schierati sul campo vedono una panoplia di armi sia da una parte che dall’altra.

Che cosa si prefiggono per ora i tre Stati Maggiori? 
Lei pensa, alla luce delle guerre passate intraprese da Washington ma anche da Tel Aviv, che possano bastare i bombardamenti aerei  a piegare un avversario che ha una profondità strategica enorme e una superficie pari a tutta l’Europa occidentale con una popolazione di 93 milioni di abitanti?
Senza contare il fatto che l’Iran non è uno Stato qualsiasi nato da vecchi assetti coloniali, ma uno Stato Civiltà? 

«In realtà è vero il contrario e vi è un abisso crescente tra la narrazione ufficiale e la realtà sul campo
L’Iran ha deliberatamente prioritizzato l’impiego dei suoi missili e droni più vecchi nelle prime fasi del conflitto, con l’obiettivo specifico di esaurire le riserve di intercettori americani, israeliani e dei paesi del Golfo raggiungibile oramai, si stima, in pochi giorni».

«Inoltre la risposta iraniana ha dimostrato un salto tecnologico che Washington non aveva previsto. I missili ipersonici iraniani, con velocità superiori a Mach 4, si stanno rivelando non intercettabili per le difese israeliane e americane e Teheran ha ancora in riserva sistemi d’arma più avanzati che non ha ancora dispiegato da rivelare, secondo le autorità iraniane, nel momento considerato strategicamente opportuno».

«Quella iraniana non è una strategia di attacco totale, ma di logoramento progressivo e calibrato. Infine, la difesa aerea iraniana non è stata neutralizzata. L’abbattimento dell’ultimo F-15 israeliano, in ordine cronologico, è avvenuto appena il velivolo è entrato nello spazio aereo iraniano. Nel contesto che abbiamo appena delineato, gli americani stanno facendo affluire nella regione un terzo gruppo navale d’attacco».

«Segno evidente non solo della difficoltà degli Stati Uniti di neutralizzare le capacità militari iraniane, ma della caparbietà di Washington di fare affidamento su una potenza di fuoco inutile per conseguire obbiettivi politico militari oramai irraggiungibili. Infine, per ciò che concerne l’efficacia dei bombardamenti, non esiste un solo caso nella storia militare contemporanea che possa rappresentare un precedente con esito positivo.

Ammesso che Teheran possa subire le stesse, ma poco probabili, sorti delle città tedesche rase al suolo dai bombardieri alleati nella Seconda guerra mondiale, vi sarebbero almeno altre cento città di medie dimensioni da dover colpire. Uno scenario assolutamente impensabile e irrealistico».

Quale è a suo avviso il ruolo di Cina e Russia in questo  momento? Nulla sembra trasparire all’esterno  come se le due potenze stessero  solo a guardare l’aggressione ad un loro stretto alleato geopolitico. Se vi è un supporto di che tipo potrebbe essere?

«All’inizio del conflitto, la risposta di Mosca e Pechino ha assunto la forma di una condanna politica decisa unita a un’astensione dall’intervento militare diretto. Entrambe le potenze hanno richiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e si sono unite nell’invito a un immediato cessate il fuoco. Putin ha definito l’assassinio di Khamenei una cinica violazione di tutte le norme della morale umana, mentre il Ministro degli esteri cinese Wang Yi ha affermato che la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran devono essere rispettate».

«Tuttavia, la realtà è più complessa, poiché Russia e Cina hanno aiutato l’Iran a eliminare i 40.000 terminali Starlight grazie ai quali i rivoltosi iraniani potevano collegarsi tra loro ignorando il blackout di internet imposto dalle autorità governative nel corso delle manifestazioni del gennaio scorso.

Mosca ha fornito sistemi di difesa aerea e, unitamente a Pechino, dati di intelligence e osservazione satellitare grazie alle quali le predisposizioni operative degli Stati Uniti nella regione erano ben note sin dai primi movimenti di assetti terrestri, aerei e navali. Una “consapevolezza operativa”, come si dice in termini militari, da parte di Theran molto più approfondita di quella della guerra dei 12 giorni».

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L’Iran ha deciso di attaccare questa volta, come più volte promesso, le monarchie del petrodollaro del Golfo in quanto strette alleate degli Stati Uniti, colpendo basi militari, radar, porti e sedi della Cia e diplomatiche e poi di chiudere lo stretto di Hormuz. Che conseguenze da un punto di vista geostrategico militare ed economico vi potranno essere nel medio e lungo periodo con i maggiori produttori di petrolio e gas sotto scacco? Intanto il noto commentatore politico Tucker Carlson  svela che agenti del Mossad sono stati presi in Qatar e Arabia Saudita mentre preparavano attentati sotto falsa bandiera…  

Il ‘brand del Golfo’ compromesso per sempre

«L’effetto più evidente riguarda il cosiddetto “brand del Golfo (prosperità, grandi investimenti, opportunità di lavoro, spiagge e turismo), probabilmente definitivamente compromesso. Un’analista israeliana, Anna Barsky, ha colto con precisione la dimensione psicologica del danno: quando un missile colpisce vicino a un grande hotel di lusso, quando un aeroporto internazionale viene chiuso, il messaggio penetra più in profondità di qualunque comunicato ufficiale.

I cittadini cominciano a parlare di rifugi nei parcheggi sotterranei, le spiagge si svuotano, gli investitori riesaminano le proprie catene di approvvigionamento. In uno spazio economico che dipende interamente dalle importazioni alimentari e dai flussi di cargo aereo, ogni giorno di paralisi solleva interrogativi sulla resilienza di lungo periodo». 

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«Le monarchie hanno per decenni giocato su entrambi i fronti cercando di barcamenarsi tra Washington e Teheran, e l’Iran ne era consapevole. Ora quelle monarchie si trovano esposte, con i loro porti e le loro infrastrutture nel mirino iraniano senza che la protezione americana, come abbiamo detto, si sia dimostrata adeguata.

L’era in cui i paesi del Golfo potevano ospitare basi americane, promuovere la de-escalation e restare fuori dalla traiettoria delle rappresaglie è forse definitivamente chiusa. Da un punto di vista più generale, se l’Iran riuscisse a resistere e a espellere gli USA dalla regione, ciò provocherebbe uno sconvolgimento radicale dell’equilibrio mediorientale con ripercussioni anche sulla sicurezza di Israele».

Gli attentati sotto falsa bandiera provocazione usata costantemente

«Per quanto riguarda gli attentati sotto falsa bandiera, costantemente presenti nella storia militare contemporanea, rappresentano una forma consolidata escalativa di un conflitto e molto difficile da gestire. Normalmente queste iniziative vengono depotenziate e neutralizzate soprattutto con la comunicazione e il dialogo dei Paesi interessati. L’Iran ha preso le distanze da quegli attentati parlando direttamente con le leadership politiche dei Paesi interessati».

Il possibile ruolo dei Curdi

Gli Stati Uniti al momento non vogliono o non possono inviare truppe di terra, ma sembra che vi sia la concreta possibilità di armare le milizia curde, buone per ogni occasione come carne da cannone, per attacchi in territorio iraniano magari con la regia di reparti speciali. Questo ha messo in allarme Ankara, da sempre vigile sulla questione curda. Lei crede che un simile scenario possa realizzarsi e con che risultati? 

«Fonti citate da Reuters del 6 marzo 2026 affermano che le milizie curde iraniane basate nel nord dell’Iraq starebbero preparando potenziali operazioni transfrontaliere nel nord-ovest dell’Iran. A tal fine, starebbero radunando combattenti lungo la frontiera al fine di conquistare città di confine come Oshnavieh e Piranshahr, coordinandosi con Stati Uniti e Israele. Reuters riporta inoltre che gli attacchi aerei israeliani nell’Iran occidentale potrebbero in parte sostenere questi sforzi, mentre reti curde all’interno dell’Iran avrebbero fornito informazioni di mira per la campagna aerea in corso tra Stati Uniti e Israele.


Sebbene la scala e il tempismo di qualsiasi azione curda restino incerti, la strategia emergente sembra immaginare le milizie curde come componente terrestre in un più ampio tentativo di destabilizzare la frontiera occidentale dell’Iran. La regione ospita numerose popolazioni curde e gruppi militanti operano già da basi oltre il confine, nel Kurdistan iracheno. Dal punto di vista americano e israeliano, se queste forze riuscissero a innescare una rivolta all’interno dell’Iran, Teheran potrebbe trovarsi ad affrontare un’insurrezione interna insieme a un’escalation di attacchi esterni».

«La CIA ha già tentato in passato di utilizzare le milizie curde come strumento di destabilizzazione nel Medio Oriente, abbandonandole peraltro al loro destino quando giudicate non più utili, come già avvenuto a suo tempo in Siria e in Iraq.
Ma l’Iran non è l’Iraq di Saddam Hussein o la Libia di Gheddafi: ha uno Stato funzionante, un apparato di sicurezza capillare, e una consolidata tradizione di resistenza alle pressioni esterne. L’idea che un’insurrezione curda possa produrre il regime change tanto agognato da Washington è molto distante dalla realtà.

Sarà un caso, ma a seguito della neutralizzazione di alcuni gruppi di miliziani operata dalle forze di sicurezza iraniane, i curdi iracheni avrebbero deciso di rimanere neutrali nel conflitto che circonda l’Iran. Lo dice la testata giornalistica statunitense Axios, citando funzionari del governo regionale del Kurdistan. Secondo i funzionari curdi, una ragione chiave risiederebbe nella profonda sfiducia nei confronti degli Stati Uniti e il timore che Washington possa abbandonarli di nuovo.

“Abbiamo problemi di fiducia dal passato e non vogliamo essere coinvolti. Chi ci proteggerà se il regime iraniano sopravviverà?” avrebbe affermato un funzionario. Non ci si può proprio fidare degli americani».

Infine l’Europa? Si fa prima a dire che ruolo non gioca in tutto questo, tranne la Spagna che ha dato segni di vita e dignità decidendo di  non far utilizzare le proprie basi agli Stati Uniti. L’Italia invece? Sarò a suo avviso la solita “politica di piccolo cabotaggio” con il piede in due scarpe? Oppure?

«La risposta europea al conflitto è stata, come in tutte le crisi internazionali del dopo guerra fredda, frammentata, contraddittoria e incapace di esprimere una posizione unitaria. Basta osservare l’incredibile cortocircuito recentemente creatosi quando la Germania del Cancelliere Merz ha appoggiato il boicottaggio economico americano nei confronti della Spagna. Una guerra tra alleati (o presunti tali), con l’impossibilità di essere attori credibili indipendenti come d’altronde già ampiamente dimostrato nel caso del conflitto russo ucraino.


Il conflitto iraniano, con i suoi effetti sui prezzi energetici e sull’inflazione, accelererà ulteriormente le tensioni interne sul nostro continente. La chiusura dello Stretto di Hormuz e il balzo dei prezzi energetici colpiranno in modo asimmetrico i paesi europei a più alta dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio mediorientale, tra i quali l’Italia. La postura che tradizionalmente caratterizza la nostra politica estera, volere stare con Washington senza esporsi troppo, diventerà sempre più difficile da sostenere a fronte dei costi economici e reputazionali del conflitto».