(di Francesca Romana Riello). Vinitaly, l’inaugurazione guarda oltre Verona: alla 58ª edizione del Vinitaly, la parola che torna più spesso nei discorsi inaugurali non è “qualità” né “territorio”. È export. E non come aspirazione, ma come problema da risolvere, con una strategia che Veronafiere ha costruito negli ultimi anni e che oggi mostra per la prima volta in forma compiuta.

Vinitaly, l’inaugurazione guarda oltre Verona
Federico Bricolo presidente di Veronafiere

Un’apertura segnata dalla politica e da una strategia che punta fuori dai confini

La cerimonia inaugurale a Veronafiere ha radunato la consueta presenza istituzionale. Ma il tono, quest’anno, è diverso: meno celebrativo, più operativo. Il settore attraversa una fase apertamente difficile instabilità economica, tensioni geopolitiche, concorrenza crescente da parte di produzioni che fino a dieci anni fa non figuravano nemmeno nelle classifiche mondiali e chi produce vino lo sa già da tempo, molto prima che diventasse argomento da convegno.

In questo contesto, Vinitaly non si presenta più solo come appuntamento fieristico. La direzione annunciata è quella di uno strumento strutturale a supporto dell’internazionalizzazione: non un evento che fotografa il mercato, ma una piattaforma che prova ad accompagnarlo e, nelle ambizioni dichiarate, ad anticiparlo.

Federico Bricolo, presidente di Veronafiere, ha scelto parole precise nell’intervento inaugurale: «Vinitaly rappresenta oggi un’infrastruttura per sostenere e amplificare la proiezione internazionale del vino italiano». Non una fiera, quindi. O almeno, non solo.

Vinitaly, l’inaugurazione guarda oltre Verona
Alberto Stefani, Presidente della Regione Veneto

Vinitaly, l’inaugurazione guarda oltre Verona: export e nuovi mercati al centro

La risposta concreta a questa ambizione è una rete di quasi trenta iniziative internazionali già operative, distribuite su più continenti: Stati Uniti, Asia, America Latina, Balcani, Europa centrale e orientale.

Una geografia commerciale che comprende mercati consolidati; Cina, Giappone, Corea del Sud  ma anche aree meno frequentate dal vino italiano, dove però il margine di crescita è ancora largo e la competizione, per ora, meno agguerrita.

Non si tratta di presenze occasionali o di missioni esplorative. Il modello che Veronafiere sta costruendo prevede una presenza continuativa, con attività di promozione, formazione e sviluppo commerciale che non si esauriscono nei giorni della fiera veronese ma proseguono durante tutto l’anno, adattandosi alle specificità di ciascun mercato.

Il passo successivo, già tracciato, riguarda aree ancora più lontane dai circuiti tradizionali: Africa, Canada, Australia. E il Brasile, dove la presenza viene raddoppiata. Una scelta costruita in stretto coordinamento con ITA – Italian Trade Agency, che fornisce la rete diplomatica e commerciale necessaria per operare in contesti regolatori e culturali molto diversi tra loro.

Vinitaly, l’inaugurazione guarda oltre Verona
Il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida

Bricolo: «Fiera come infrastruttura stabile, pronti a rafforzare la presenza globale del vino italiano»

«La promozione internazionale è una nostra priorità», ha aggiunto Bricolo. Una promozione che, nella visione di Veronafiere, cambia natura rispetto al passato: non si tratta più di raccontare il prodotto a platee già convinte, ma di accompagnare concretamente le aziende soprattutto le medie e piccole, che difficilmente dispongono di strutture commerciali autonome all’estero nei mercati dove la presenza italiana è ancora debole o intermittente.

Il nodo, per il settore, è esattamente questo. Il vino italiano è ancora riconoscibile e largamente apprezzato. Ma riconoscimento non si traduce automaticamente in quota di mercato, e la concorrenza internazionale, dalla Spagna al Nuovo Mondo, fino alle produzioni emergenti di Georgia e Sudafrica e non aspetta che il sistema-Italia si organizzi.

La sfida non è entrare nei mercati, ma restarci. Costruire relazioni commerciali stabili, formare importatori e distributori locali, adattare la comunicazione a contesti in cui il vino italiano è spesso percepito come eccellente ma difficile da decodificare. È su questo fronte che Veronafiere dichiara di voler investire nei prossimi anni, con un approccio che mette insieme la dimensione fieristica tradizionale e una presenza territoriale più capillare.

A pesare, in apertura, è anche il livello della rappresentanza politica. La presenza simultanea di esponenti del governo, delle istituzioni europee e degli enti locali non è solo protocollo. È un segnale: il vino resta uno degli asset più riconoscibili del Made in Italy, ma anche uno dei più esposti agli equilibri internazionali.

Ed è qui che la partita si complica. Perché se da un lato il sistema Italia continua a reggere sul piano dell’immagine, dall’altro fatica a trasformare questa forza in presenza stabile sui mercati. Soprattutto per quella fascia ampia di aziende che non hanno struttura per stare all’estero in modo continuativo.

È su questo squilibrio che Vinitaly prova a intervenire. Non sostituendosi alle imprese, ma costruendo una rete che renda meno fragile il loro accesso ai mercati. Un lavoro meno visibile della fiera, ma probabilmente più decisivo.

Resta da capire se questo modello riuscirà a tenere nel tempo. Perché trasformare una fiera in infrastruttura significa cambiare scala, assumersi un ruolo diverso e, soprattutto, reggere il confronto con sistemi internazionali già strutturati.

Il Vinitaly che si apre oggi prova a fare questo salto. Non più solo raccontare il vino italiano, ma provare a portarlo dove ancora non è abbastanza presente. E, soprattutto, a farcelo restare.

Vinitaly, l’inaugurazione guarda oltre Verona
Il Ministro del Turismo Gianmarco Mazzi