E sulle nostre tasche

(a.t.) La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta uno degli scenari più critici per il commercio energetico globale. Attraverso questo passaggio transita il 20% del petrolio mondiale, pari a 17-20 milioni di barili al giorno: un collo di bottiglia strategico senza alternative immediate, considerando anche gli attuali rapporti dell’Europa con la Russia.

Il traffico marittimo

Le petroliere impossibilitate a transitare restano ferme o sono costrette a deviare verso rotte alternative, come il periplo dell’Africa. Questo significa aggiungere fino a 10-15 giorni di navigazione.

L’impennata dei noli

In situazioni di crisi come quella attuale è l’incremento dei costi per le grandi petroliere (VLCC) arrivate a quadruplicare i noli, e anche in mercati come il Mediterraneo o USG, con navi più piccole (Handy o MR) i noli sono triplicati se non quadruplicati. I valori delle navi noleggiate a lungo periodo e’ più che raddoppiato.

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E se anche Hormuz riaprisse…

Anche in uno scenario di riapertura immediata dello stretto, le criticità non si risolverebbero rapidamente. Le compagnie di navigazione continuerebbero infatti a evitare il Mar Rosso, dove gli attacchi degli Houthi alle navi israeliane hanno già ridotto significativamente il traffico commerciale. Secondo stime recenti, il passaggio attraverso il Canale di Suez ha registrato cali anche superiori al 40%, costringendo molte navi a circumnavigare il Capo di Buona Speranza.

E così aumenta il costo dell’energia

L’aumento dei noli si traduce inevitabilmente in un incremento del costo dell’energia. Il trasporto incide in modo diretto sul prezzo finale del petrolio e dei suoi derivati con effetti immediati su carburanti e bollette. Questo si riflette lungo tutta la catena economica, contribuendo ad alimentare l’inflazione. Storicamente, shock energetici di questa portata hanno spesso anticipato fasi di rallentamento economico o recessione.

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Il fattore tempo

Un ulteriore elemento da considerare è il tempo necessario per il ripristino della piena operatività. Anche con una riapertura dello stretto, serviranno mesi per tornare a una situazione relativamente stabile. Gli impianti di produzione eventualmente danneggiati dovranno essere riparati e riattivati, mentre la logistica globale dovrà riassorbire ritardi e congestioni accumulate.

Il pedaggio

Infine, non è da escludere l’introduzione stabile di un ‘pedaggio’ per il transito nello stretto di Hormuz, sul modello di altri choke point strategici. Oggi il passaggio in infrastrutture come Suez o Panama può incidere per centinaia di migliaia di dollari per singolo transito. Se un meccanismo simile venisse applicato stabilmente anche a Hormuz, si avrebbe un incremento strutturale dei costi di trasporto e, di conseguenza, del prezzo dell’energia.

In sintesi, come stiamo vedendo, la chiusura dello Stretto di Hormuz non è solo una crisi regionale, ma un evento capace di generare effetti sistemici sull’economia globale: dai noli marittimi ai prezzi al consumo, fino alla stabilità economica complessiva.