Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato Salvo Ardizzone, saggista e già redattore capo della rivista di geopolitica “Il Faro sul Mondo”, specializzata sul Vicino Oriente. Autore, fra l’altro, della trilogia: “Medio Oriente: dall’egemonia Usa alla resistenza islamica”, “Medio Oriente: risveglio islamico e false primavere” e “Medio Oriente: la guerra in Siria – la resistenza islamica palestinese”. 

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Si è conclusa da poco la visita del presidente Trump in Cina, ad attenderlo il vicepresidente Han Zheng. Sappiamo che i cinesi non lasciano nulla al caso, lei come la interpreta?

A Trump è stato riservato un trattamento di tutto rispetto per salvargli la faccia e, perché no, carezzargli l’ego per indorargli la pillola amara ma, dietro le tradizionali formule di cortesia, lo svolgimento del summit e le dichiarazioni ufficiali cinesi dicono altro. Xi ha messo subito in chiaro le cose, la discussione è stata su un piano di parità, a guardar bene, neppure quello: è Trump che ha necessità della Cina, non l’inverso.

Pensava di recarsi a Pechino a fine marzo da una posizione di forza, con lo scalpo dell’Iran e il controllo delle risorse del Golfo dopo quelle venezuelane, è accaduto l’inverso: gli USA si sono impantanati in una guerra da cui non sanno uscire e l’Iran ha assunto il controllo di Hormuz (che non è solo petrolio) pronto a chiudere anche Bab e-Mandeb, mentre il sistema di potere americano sulla regione si sfalda.

Dopo un rinvio impacciato, Trump è andato a Pechino abbandonando i toni aggressivi tenuti fino a poco prima: ha bisogno della Cina per sostenere il proprio colossale debito federale, per non far esplodere la bolla su cui si regge la finanza americana e per non far crollare il dollaro. E ha bisogno di minerali critici e terre rare raffinate. E questo a Xi Jinping era assolutamente chiaro. E anche a Trump, che per tutta la durata della visita ha usato inusitati toni mielati, superlativi e iperbolici per “carezzare” Xi.   

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Salvo Ardizzone

Nel 1972 visita di Nixon in Cina, oggi visita di Trump. Quali sono a suo avviso le principali differenze? Un primo bilancio del viaggio attuale?

Sono situazioni del tutto diverse: allora la Cina lottava per assicurare una ciotola di riso ai suoi abitanti, ed era lontana dal riuscirci; gli USA di Nixon, malgrado i guasti del Vietnam e il recente abbandono del Gold Standard, erano una superpotenza conclamata. Kissinger, con spregiudicata abilità, seppe giocare Pechino contro Mosca, che allora era l’URSS, altra cosa.

Oggi la situazione è invertita, il vertice sancisce ufficialmente che il fu Numero 1 americano non domina più solitario il mondo, è costretto a nuovo condominio, stavolta con la Cina che, nelle temperie odierne, non rinuncia a tenersi stretta la Russia, oggi, nel trittico di potenze, scivolata al terzo posto. Ecco, questa parità formale, che alle latitudini asiatiche è sostanza, imposta a chi ha visto sé Egemone o nulla, è a mio parere il primo bilancio che salta agli occhi.   

La Cina ricerca da sempre e non solo con gli Stati Uniti un rapporto di “stabilità strategica costruttiva”, crede che Trump abbia colto questa grande opportunità che il Dragone gli sta offrendo, oppure proseguirà sulla strada della sottomissione dell’avversario concorrente, che ha caratterizzato da sempre la politica estera degli Stati Uniti?

Faccio una premessa: non credo che l’attuale Amministrazione americana abbia un approccio strategico ponderato; Trump ha oggettivamente ereditato una situazione economica e politica assai compromessa e ha tentato di venirne fuori un po’ seguendo i suggerimenti dei suoi consiglieri (come Stephen Miran) e molto il suo istinto, col risultato di creare il caos, sprofondando ancor più gli Stati Uniti in una crisi che non è solo economica ma, insieme, politica, sociale e culturale. 

Ciò detto, quando Xi parla di “stabilità strategica costruttiva” rivolto agli USA, intende gettare le basi per un G2 che è già nei fatti, implicando l’inizio d’una sorta di spartizione di sfere d’influenza. Sarebbe un ragionamento logico, in linea con quanto esposto nella National Security Strategy nel dicembre scorso; del resto, gli Stati Uniti hanno già perso il controllo di vasta parte del pianeta, un po’ per essersene ritirati, un po’ per incapacità di gestione, dote in cui non hanno mai brillato, massimamente ai giorni nostri. 

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China high-tech. Flag of PRC and high-tech production. Production of electronic components in China. Chinese technologies. Leadership in technology.

Peccato che ciò cozzi con il connaturato senso di eccezionalismo americano, con la pretesa d’avere un destino manifesto a dominare il mondo. Pensare che gli USA si rassegnino ad avere comprimari o, peggio, a scadere Numeri 2, è come sperare che un leopardo divenga vegano. Tuttavia, a essere del tutto mutato è, come detto, il rapporto di forze, la necessità che l’ex Egemone ha della Cina. In altre parole, usando quelle del Tycoon newyorkese, sono le condizioni a costringere Washington (quantomeno questa Amministrazione) a collaborare con Pechino, semplicemente perché non ha le carte in mano per provare a pretendere di più.   

Dal punto di vista economico la delegazione Usa era ai massimi livelli con gli amministratori delegati delle principali corporation tecnologiche statunitensi, da Nvidia, Tesla, Blak Rock, Apple ecc. Intravede in tutto questo una volontà del governo Trump di allacciare rapporti commerciali durevoli e paritari con la Cina, oppure è un tentativo di forzare la mano per far aprire il mercato interno cinese in cambio di non si sa che cosa? Senza contare che Trump vuole sempre vendere aerei Boeing e soia ai cinesi. 

A mio avviso è il bisogno ad aver dettato la composizione della delegazione USA e sarà sempre il bisogno a determinare i comportamenti da parte americana. Vale a dire, a costringerli a giocare più o meno pulito per i loro standard. Si è tanto detto sui manager che hanno accompagnato Trump a Pechino, ma raramente si sono “lette” le presenze: c’erano Elon Musk di Tesla, Tim Cook di Apple, Jensen Huang di Nvidia, vale a dire colossi, sì, ma che rischiano di morire senza quel mercato.

E poi c’erano molti altri, come Larry Fink di Black Rock e i vertici Goldman Sachs, che hanno bisogno del risparmio cinese, pena concreto rischio di futura implosione, o di Boeing, che ha necessità di piazzare un grosso ordine per respingere la concorrenza di Airbus e superare definitivamente i disastri conseguenti a 737 Max, 787 Dreamliner e 777. Tutti soggetti che con la Cina vogliono fare affari e tifano per avviare un Board of Trade permanente. Con i cinesi che prendono ciò che vogliono e danno spazio dove ritengono, arrivando a rifiutare i microprocessori H200 di Nvidia in nome dell’autonomia tecnologica, suscitando la costernazione di Jensen Huang. 

Ma non erano stati invitati Sam Altman di OperAi o Dario Amodei di Anthropic, perché al centro dei colloqui c’era l’IA, e i cinesi volevano discutere senza gli interessati fra i piedi. E non c’era neppure Peter Thiel di Palantir, convinto che l’IA vada usata per distruggere la Cina. E per inciso: in quei giorni aveva mandato il suo CEO, Alex Karp, a Kiev, per offrirsi al governo ucraino contro la Russia.

Mancava pure un personaggio della stazza di Larry Ellison di Oracle, l’unico ad aver chiuso un grande affare con la Cina (l’acquisto di Tik-Tok America), come mai? Perché è il maggiore finanziatore di Marco Rubio, che vede nella Cina il Pericolo N. 1 (il Segretario di Stato è sanzionato dai cinesi per le sue posizioni estreme e si è potuto recare a Pechino con un escamotage, ma tutto è fuorché ben accetto). 

Insomma: vista la situazione, è stato invitato in Cina chi poteva essere utile, senza provocare problemi che l’America di oggi non si può più permettere. Questo approccio pragmatico, che prende atto dei rapporti di forza, durerà? Su questo non ci giurerei, perché la politica USA ha dimostrato ampiamente di essere tutto fuorché razionale. E sono in molti i centri di potere che, per autoaffermarsi, sono pronti a sacrificare tutto e tutti alle proprie visioni più o meno messianiche. 

Cina sempre più forte 

Quali sono gli assi in mano a Pechino se la guerra commerciale dovesse inasprirsi?

Per dirla ancora con Trump, la Cina ha ottime carte in mano e l’ha già mostrato ampiamente: nel 2023 ha dato un assaggio bloccando l’export di tecnologie sulla lavorazione e raffinazione di terre rare, su cui la Cina, grazie a decenni di investimenti, ha il sostanziale monopolio. Nell’aprile del 2025 ha risposto ai dazi di Trump ponendo restrizioni all’export di minerali critici raffinati e magneti, costringendo la Casa Bianca a precipitosa retromarcia. Dinamica doppiata nel novembre scorso, quando ha ampliato le restrizioni e costretto il Tycoon a volare in Corea del Sud per incontrare Xi e ottenere una tregua di un anno.

È difficile comprendere a fondo la portata di un tale monopolio tecnologico e produttivo, che investe ogni aspetto di un’economia avanzata, sia esso civile che militare, con ciò facendo dipendere anche il tanto enfatizzato riarmo americano, e occidentale in genere, da Pechino. Ma non c’è solo questo. 

La Cina ha scalato la catena del valore e produce i prodotti di fascia tecnologica medio-alta e alta in un rapporto qualità-prezzo imbattibile. Per gli USA, pensare di poterne fare a meno è pia illusione, non avrebbero dove trovarli in quelle quantità e a quei prezzi. L’economia cinese è oggi inaggirabile. Con un’aggravante: le aziende occidentali non sono più in grado di realizzare infrastrutture e macchinari complessi in tempi e costi certi, in ogni caso non concorrenziali, a causa dell’incertezza delle supply-chains che esse stesse hanno spezzato per decisione politica, e che si stanno riproducendo escludendole.

La stessa finanza, su cui si basa l’economia USA, mostra la corda – non è opinione ma lettura di dati macroeconomici come debito federale, posizione finanziaria netta, costo del debito, bilancia commerciale, etc. – ha bisogno di una solida sponda, pena incontrollata implosione. Che neanche Pechino vuole, perché sarebbe uno tsunami. Per cui, appoggio sì, ma controllato e, piaccia o no a Wall Street, alle condizioni cinesi. 

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L’Iran ha dimostrato una resistenza elevata nella guerra d’aggressione Israele-statunitense, quale è stato fino ad oggi il supporto cinese a Teheran e per quali ragioni la Repubblica Islamica riveste un ruolo di primaria importanza per Pechino?

È arcinoto che il Golfo Persico rivesta per la Cina grande rilevanza: almeno il 40% del suo fabbisogno di petrolio e gas passa(va) da Hormuz e intrattiene stretti rapporti con tutti i paesi rivieraschi per il commercio, per i grandi investimenti infrastrutturali che vi ha realizzato (assai superiori a quelli americani), per la rilevanza di aree che, cessate le ostilità e tornata la stabilità, torneranno corridoio logistico per Pechino. 

Per l’Iran vi è un interesse particolare per la posizione (sia sul Golfo, sia porta d’accesso ad Asia Centrale e Russia), per le grandi potenzialità energetiche solo parzialmente sfruttate causa sanzioni (e per le forniture a condizioni di favore), per la ricchezza di minerali critici e la presenza di una popolazione altamente istruita, ergo, per la possibilità d’impiantarvi attività ad alto valore aggiunto. 

E poi vi è la questione politica: piaccia o no, malgrado gli attacchi d’ogni genere, l’Iran ha dimostrato d’avere una dirigenza stabile e affidabile, che si trova a suo agio in una logica policentrica all’interno di BRICS e SCO. Inoltre, è pur vero che è l’avversario per eccellenza degli USA e, da che mondo e mondo, il nemico del mio nemico è mio amico. 

Per questo la Cina ha fornito a Teheran copertura diplomatica sia in sede ONU che nei vari consessi, preferibilmente dietro le quinte ma non con minor efficienza; ha trasferito intelligence satellitare e tecnologie avanzate, svariati indizi parlano anche di sostegni finanziari e ha continuato a comprare il suo petrolio e gas malgrado le sanzioni e il blocco americano.

E, ancora, ha indotto il Pakistan ad aprire porti e frontiere ai prodotti destinati all’Iran, e a prestarsi a fare il mediatore nelle improbabili trattative con gli USA. Ma attenzione: Pechino non si spingerà oltre, non muoverà mezzi militari né si assumerà il peso di garanzie dirette, sarebbe contrario a tutta la sua politica perché l’Iran è considerato, sì, un partner strategico, ma le sue sorti non sono considerate esistenziali per la Cina.

Ultima notazione: crescente punto di forza di Pechino è la sua manifesta coerenza agli occhi del mondo per cui, come è del tutto improbabile che intervenga nel conflitto, lo è pure che “venda” Teheran per qualche accordo con Washington. A maggior ragione perché degli USA, ovviamente, non si fida.     

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Washington sta tessendo una spece di rete attorno al Dragone, favorendo il riarmo del Giappone, Corea del Sud, fino ad arrivare all’Australia, in un’ottica di contenimento per ora. Lei che ne pensa?

È dal 2011, da quando hanno inaugurato il “Pivot to Asia”, che gli USA si sono accorti d’aver sbagliato i calcoli sulla Cina; lontanissimi dal convertirsi alla liberal-democrazia, e accomodarsi nel cantuccio in cui Clinton pensava di relegarli, i cinesi hanno seguito i dettami di Deng Xiaoping, “nascondendo la luce e coltivando nell’ombra”, che significa tenere un profilo basso mentre si lavora per raggiungere i propri obiettivi, scalando le catene globali del valore. Da quel momento, con l’ascesa di Xi Jinping (2013), la Cina ha rivendicato nel mondo un posto coerente alla stazza acquisita (N.B.: senza che nessuno le abbia regalato nulla, anzi). 

Da quel momento gli USA hanno fatto di tutto per contenerla, circondandola con una catena di basi e facendo pressione sugli stati dell’area (e anche fuori, vedi le frequenti puntate di membri della NATO nella regione) perché aderissero a questo contenimento. Accordi come il Quad (fra USA, Australia, Giappone e India) o l’AUKUS (fra Australia, Regno Unito e USA) mostrano lo sforzo americano, che coinvolge anche le Filippine e ha in Taiwan il suo punto critico: per Pechino è irrinunciabile obiettivo di riunificazione, certo il sé, incerto solo il quando. 

Gli stati dell’area sono in un dilemma: le loro economie, integrate nella catena del valore cinese, li spingono verso Pechino pena il tracollo; asfissianti pressioni americane e inquietudini securitarie li spingono verso Washington. È ossimoro geopolitico ma c’è un ma che li pone in doppia ambascia: ormai è acclarato che degli USA non ci si possa fidare, vedi il trasferimento di sistemi d’arma dalla Corea al Medio Oriente, e il cinico comportamento che Washington ha tenuto verso i partner arabi del Golfo.

Del resto, nelle temperie odierne – Hormuz chiuso – è stata la Cina a fornire all’Australia il carburante per gli aerei. E allora? Allora ciascuno riarma e sta guardingo ma, al netto di personaggi del tutto funzionali agli USA come il controverso presidente filippino Marcos Jr, da questo a entrare in guerra con la Cina è tutt’altro discorso.