Il ricordo
(di Francesca Romana Riello) Con Mino Allione se ne va una delle voci più originali del giornalismo veronese. Direttore dell’Arena dal 1995 al 2001, aveva attraversato decenni di professione mantenendo fino all’ultimo quella curiosità intellettuale, quell’ironia e quella libertà di giudizio che lo rendevano immediatamente riconoscibile. La notizia della sua morte, a 84 anni, ha suscitato cordoglio ben oltre il mondo dell’informazione.
La sua è stata una lunga carriera costruita nelle redazioni. Prima il Guerin Sportivo, poi la Gazzetta dello Sport, quindi la direzione di alcune delle più importanti testate del Nordest. Un percorso che racconta anche un’altra stagione del giornalismo, quella in cui il confronto delle idee faceva parte del lavoro quotidiano e il giornale era un luogo dove si discuteva, ci si confrontava e, non di rado, si litigava pure.
Una voce fuori dal coro
Non seguiva le mode e non cercava il consenso. Aveva opinioni precise e sapeva sostenerle, anche quando sarebbe stato più semplice adeguarsi o restare in silenzio. A volte poteva essere tagliente. Ma dietro quella vena ironica c’era soprattutto una mente capace di cogliere ciò che altri non vedevano: le sfumature, le contraddizioni, quei dettagli che spesso finiscono per cambiare il senso di una storia.
Chi lo incontrava difficilmente restava indifferente. Le sue osservazioni erano pungenti, raramente banali. Dietro una battuta apparentemente leggera si intuiva quasi sempre qualcosa di più: una lettura dei fatti costruita negli anni, uno sguardo personale sul mondo e sulle persone.
Era uno di quei giornalisti che non si fermavano alla superficie delle cose. Cercavano di capirle, di metterle in prospettiva, a volte anche di metterle in discussione. Un approccio che oggi appare meno frequente di un tempo e che ha contribuito a renderlo una figura riconoscibile nel panorama dell’informazione veronese.

L’eredità
Per chi lo ha conosciuto, Mino Allione era molto più di un nome importante del giornalismo italiano. Colpivano l’arguzia, l’ironia e quella libertà di pensiero che gli permetteva di guardare le cose da prospettive che ad altri nemmeno venivano in mente. Non amava le formule preconfezionate e non aveva particolare interesse a uniformarsi.
Era uno di quelli che lasciavano il segno senza cercare la scena. Bastava una conversazione, una battuta, un commento su un fatto del giorno per capire di avere davanti qualcuno che ragionava davvero con la propria testa.
La sua scomparsa appare difficile da accettare non tanto per gli 84 anni scritti all’anagrafe, quanto per quella sensazione, irrazionale ma molto concreta, che certe persone debbano esserci sempre.
Continuano a vivere nei ricordi, nelle discussioni che hanno acceso, nelle idee che hanno lasciato a chi le ha incontrate lungo la strada.
Mino Allione era una di queste.
E il vuoto che lascia nasce proprio da qui. Dall’impressione che una voce così, libera, intelligente e spesso controcorrente, avesse ancora qualcosa da dire. O forse, più semplicemente, qualcosa che ci faccia pensare.
