L’Ocse promuove le competenze che non finiscono nei voti
(David Benedetti) C’è un pezzo di educazione che difficilmente compare nelle pagelle, non si misura con un’interrogazione e non entra facilmente nelle classifiche degli istituti. Eppure, secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) può pesare parecchio sul futuro di ragazzi e ragazze: sono le competenze socio-emotive, cioè la capacità di perseverare, controllare le proprie emozioni, gestire lo stress, collaborare, essere curiosi, assumersi responsabilità e costruire relazioni con gli altri.
La sintesi delle ricerche internazionali dell’Ocse racconta una realtà piuttosto chiara: queste competenze sono associate a risultati migliori a scuola, nel lavoro e nella qualità della vita. Gli studenti con maggiore perseveranza, motivazione e autocontrollo tendono a ottenere risultati scolastici migliori e ad assentarsi meno. Curiosità e apertura mentale, inoltre, sono collegate a maggiori ambizioni per il futuro.
Ma c’è un dettaglio che dovrebbe interessare soprattutto chi decide come organizzare la scuola: le competenze socio-emotive non sono un patrimonio immutabile con cui si nasce. Possono essere sviluppate e rafforzate attraverso l’ambiente familiare, la scuola, le relazioni con gli insegnanti e le attività extrascolastiche. L’Ocse sottolinea, per esempio, il rapporto tra qualità delle relazioni con i docenti e livello di queste competenze. Al contrario, il bullismo è associato a livelli più bassi di molte competenze, soprattutto quelle legate alla regolazione emotiva.

Il tema diventa ancora più interessante quando si esce dai banchi di scuola. Le competenze socio-emotive sono infatti associate anche agli esiti lavorativi: alcune, come stabilità emotiva ed estroversione, risultano collegate alla probabilità di essere occupati e alla soddisfazione professionale. E non è soltanto una questione di stipendio: le stesse competenze sono legate alla salute, alla soddisfazione per la propria vita e al benessere.
Attenzione, però, a non trasformare la ricerca in una nuova religione della “soft skill”. L’Ocse non dice che sapere matematica, leggere bene o possedere solide competenze cognitive sia diventato inutile. Dice piuttosto il contrario: le competenze cognitive e quelle socio-emotive si completano.
La scuola italiana è limitata a misurare le nozioni
Il problema, semmai, è che la scuola italiana continua spesso a privilegiare ciò che è più semplice da verificare: voti, programmi svolti, verifiche e nozioni. Tutto ciò che riguarda autonomia, responsabilità, capacità di collaborare o di affrontare una difficoltà rischia di rimanere sullo sfondo.
Eppure proprio l’adolescenza è il momento in cui queste capacità diventano decisive. È anche una fase delicata: l’Ocse segnala che durante l’adolescenza il benessere socio-emotivo può diminuire e che esistono significative differenze legate al genere e al contesto socioeconomico.
La lezione, allora, è semplice ma tutt’altro che scontata: educare non significa soltanto riempire una testa di nozioni. Significa anche preparare una persona a fallire senza arrendersi, lavorare con gli altri, gestire la pressione, prendere decisioni e affrontare un mondo del lavoro sempre più incerto.
Il voto resta importante. Ma forse è arrivato il momento di chiedersi anche che cosa succede al ragazzo quando quel voto non basta più.
