Dopo l’articolo pubblicato ieri sui 160 dell’annessione di Verona e del Veneto all’Italia, volentieri pubblichiamo quello di Giorgio Massignan sul Risorgimento nel suo complesso.

(Giorgio Massignan) Purtroppo, il Regno d’Italia non nacque come federazione o sintesi dei diversi Stati preunitari, come avrebbe voluto il milanese Carlo Cattaneo, ma come estensione dell’impianto legislativo, amministrativo e fiscale del Regno di Sardegna a tutta la penisola.

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Carlo Cattaneo


Il primo re d’Italia rimase Vittorio Emanuele II e non I, a rimarcare una continuità dinastica piemontese e non la nascita di una dinastia integralmente nuova.
Le votazioni per l’annessione si svolsero spesso con voto palese e sotto il controllo militare, cosa che ha fatto sollevare dubbi sulla loro autenticità plebiscitaria.
Il Risorgimento fu guidato da un’élite liberale, borghese e aristocratica che temeva il coinvolgimento delle classi popolari e la redistribuzione delle terre.

In molte regioni, specie al Sud, i contadini speravano che l’arrivo dell’Unità d’Italia portasse una riforma agraria. Quando ciò non avvenne, la popolazione rurale si sentì tradita, portando all’esplosione del fenomeno del brigantaggio, represso con rigore militare e legge marziale (Legge Pica del 1863).
Gli investimenti pubblici post-unitari privilegiarono a lungo le reti industriali e ferroviarie del Nord rispetto a quelle del Sud.

Ma, nonostante tutto questo, il Risorgimento ha regalato all’Italia l’indipendenza, la modernizzazione istituzionale e un posto nel contesto delle nazioni europee, anche se con metodi verticisti, a danno delle autonomie locali e non riuscendo a coinvolgere la vasta popolazione rurale. Soprattutto, non dovrebbe essere dimenticata la generosità morale dei patrioti, il vero motore ideale del movimento. Senza il loro entusiasmo e la disposizione al sacrificio, la “questione italiana” non si sarebbe mai imposta all’attenzione delle potenze europee.

Molti patrioti, da Santorre di Santarosa a Ciro Menotti, a Goffredo Mameli ai fratelli Bandiera, a Carlo Pisacane, fino a figure come Giuseppe Santelli o i martiri di Belfiore, rinunciarono a posizioni sociali di privilegio, ricchezze e alla vita stessa per un ideale di patria che all’epoca sembrava un’utopia.

Non va scordato Giuseppe Garibaldi, che incarna al massimo grado questo spirito di totale disinteresse personale.
La sua celebre obbedienza al Re a Teano e il ritiro a Caprera senza richiedere cariche o ricchezze, rimangono esempi di un’etica repubblicana ed eroica rarissima nelle dinamiche politiche.

Va evidenziato che l’afflusso continuo di volontari da ogni parte d’Italia e d’Europa nelle varie guerre d’indipendenza, testimonia che per un’intera generazione l’idea di Italia non era un mero calcolo geopolitico, ma una vera e propria fede laica.