Il consenso che il generale Vannacci sta ottenendo in tutto il paese, ma soprattutto a Verona, dove ha stabilito la sede di Futuro nazionale del Triveneto è la novità della politica italiana. C’è chi lo ama, chi lo detesta, chi lo teme, chi sta a guardare gli sviluppi della situazione che ha innescato nel panorama politico, destinata ad avere ripercussioni elettorali. Alle comunali di Verona manca un anno. Poco più alle politiche. Ed è normale che al fenomeno Vannacci guardino anche coloro che non ne condividono la linea politica. L’Adige, che è una voce libera e dà spazio a tutti, pubblica oggi l’analisi di Giorgio Pasetto, esponente dell’Area Liberal.

E lo spazio che si apre al centro

(Giorgio Pasetto) Il generale Vannacci è diventato uno dei fenomeni politici più discussi degli ultimi anni. Le sue posizioni su identità, immigrazione, diritti civili e società hanno acceso dibattiti, raccolto consensi e provocato forti reazioni.
Come ‘Area Liberal’, molte delle idee che esprime appartengono a una visione politica che non condividiamo. Crediamo in una società aperta, nelle libertà individuali, in un’Italia europea, moderna e capace di valorizzare differenze e merito. Sarebbe però un errore limitarsi a una condanna o a una derisione del fenomeno.
La politica premia chi comprende i processi, non chi li ignora.


Vannacci non sta emergendo dal nulla. Sta intercettando una parte reale del Paese: cittadini che avvertono distanza dalla politica tradizionale, che percepiscono insicurezza economica e culturale, che sentono di non essere ascoltati e che cercano linguaggi diretti e identitari. Possiamo non condividere le sue risposte. Ma ignorare le domande che una parte dell’Italia sta ponendo sarebbe miope. Il consenso che sta raccogliendo non va letto soltanto attraverso il personaggio. Va letto come un segnale di qualcosa di più grande: una trasformazione degli equilibri politici italiani.

Vannacci potrebbe spingere la destra più a destra. E il centro più al centro

Per anni il centro-destra è stato un contenitore ampio, capace di tenere insieme sensibilità diverse: conservatori, moderati, liberali, autonomisti, cattolici, identitari. Ma la storia politica raramente rimane immobile.
Nel tempo potremmo assistere a una progressiva ridefinizione degli schieramenti: un centro-destra che diventa sempre più una destra identitaria e definita; un centro-sinistra che si sposta verso una sinistra più ideologica e più riconoscibile. Se questo processo si consolidasse, si aprirebbe inevitabilmente uno spazio politico oggi frammentato: quello del centro

Ma non immaginiamo un centro debole, passivo o senza identità. Immaginiamo un centro centripeto: un centro motore. Non un centro che sta nel mezzo perché incapace di scegliere. Non una terra di compromessi permanenti. Ma una forza politica capace di attrarre persone, idee e sensibilità diverse attorno a principi chiari. Un centro che eserciti una forza di gravità politica. Che sappia unire chi crede nelle libertà economiche con chi chiede maggiore giustizia sociale.

Chi difende il merito con chi vuole più opportunità. Chi crede nei diritti civili con chi chiede responsabilità.
Chi vuole innovazione con chi pretende protezione delle fragilità.

Un centro liberal-socialista capace di costruire, non semplicemente di mediare.Perché esiste un’Italia che oggi sembra non riconoscersi pienamente né nelle spinte più radicali della destra né nella tradizione della sinistra.
Un’Italia che vuole un’economia dinamica ma non selvaggia. Che vuole sicurezza senza paura. Che vuole diritti senza ideologie. Che vuole uno Stato efficiente ma non invasivo. Che vuole merito ma anche opportunità

Lo spazio esiste.
La vera sfida, però, non è individuarlo. La vera sfida è costruirlo. Perché il centro italiano ha storicamente un problema: tende a dividersi, a frammentarsi, a trasformarsi in una somma di piccoli leader e piccoli progetti personali. Non basta dire “siamo moderati”. Servono idee, una visione e soprattutto proposte concrete.