(di Gianni Schicchi) Aida, nell’edizione firmata da Stefano Poda, esce dal calendario areniano per lasciare posto a quella ormai “storica” che Franco Zeffirelli ideò ancora nel 2002. Un’ edizione andata in scena ieri sera per la prima volta nel festival (vi rimarrà fino al 10 settembre) che gronda ancora di vessilli, trofei, masse di figuranti all’ennesima potenza. Tuttavia questo allestimento rimane per noi uno dei meno fortunati del regista fiorentino, non fosse altro per la sua gigantesca piramide, troppo posizionata in avanti che non consente manovre alle sfilate delle masse e tanto meno al balletto nella scena del secondo atto, quella del celebre trionfo.
La scena valorizza tuttavia al massimo la grandeur dell’opera, scorrendo però quasi in autonomia, senza che l’opulenza no limits delle invenzioni registiche soffochi la nitida direzione del maestro Francesco Ommassini, né l’emergere individuale delle passioni che, qui ancor più che nelle altre prove verdiane, costituisce la vera anima dell’opera.
Nella composita attribuzione dei ruoli della messinscena, Franco Zeffirelli è regista che “fa aggio” su qualunque altra componente e, onestamente, non cerca di essere altro da sé, né di essere sorprendente. Questa sua fatica (viene dopo la “Aidina” del teatrino di Busseto 2001) è il massimo possibile di uno Zeffirelli doc. Gli spazi sono saturati, l’oro sberluccica dappertutto, la marcia trionfale è trionfalissima, i balletti del grand-opéra vedono sfrecciare corpi leggermente bruniti, divinità notturne di cartapesta occupano anche la verticalità dello spazio e la scena con fondo chiuso contribuisce però che il canto giri nell’anfiteatro anziché perdersi dietro il palcoscenico come nell’Aida firmata da Poda.

Ma nella profusione dell’ovvio zeffirelliano scorre una ricca vena di onestà: non ci sono ammodernamenti pretestuosi, né Aide in guepière, né tenori in rédingote, né politicizzazioni strumentali, con americani in tuta mimetica e iracheni sbrindellati, né cori di fotoreporters, che altri illustri teatri spesso propongono. Anzi, dopo la orgasmica frenesia accumulatoria dei primi due atti anche il registro allestitorio muta, in una progressiva semplificazione che lascia (terzo atto) libero il campo alle voci, e dove, benché un po’ bloccati in fissità ottocentesche, i cantanti paiono dare il loro meglio.
La bacchetta di Francesco Ommassini – chiamato al grande compito dopo l’esordio del 2025 – accompagna e sostiene i cantanti facendo respirare l’orchestra insieme a loro, vuoi cercando e quasi sempre trovando, quegli assortimenti di colori fra strumenti e voci che spesso ad altri direttori stanno poco a cuore. E non era compito facile con una compagnia di cantanti tutta nuova. Promosso a pieni voti.
Il quarto atto è decisamente felice, la regia mutua con discrezione qualche suggestione “alla Ronconi” nella bella verticalità della compresenza tra il mondo dei vivi (il tempio di Vulcano in cui Amneris, vestita a lutto, prega per l’anima di Radamès) e il mondo sotterraneo della tomba in cui Radamès e Aida compiono la loro tragedia.
Qui Clémentine Margaine, come Amneris, è la grande rivelazione della serata: un miracolo di timbro, smalto, volume, modulazione, astuzia, disinvoltura e comunicazione (la progressiva maturazione nel corso degli atti ci consegna perfino una Amneris di riferimento). Nei vertici del triangolo amoroso, sono più che degni interpreti del loro ruolo, Alexandra Kurzak, un’Aida trepidante e vellutata, con un ottimo do nell’aria dei Cieli azzurri. La giustapposizione alla Margaine è eloquente: costei ha forse risorse meno salde e fresche, ma più carisma della collega per la lunga militanza in tanti e diversi ruoli.
Debutta poi il sudcoreano Seok Baek come Radamès, stella nascente dell’opera lirica internazionale, ex baritono che ha trasformato con successo la sua voce durante il lockdown, ora noto per il suo timbro lirico spinto. Anche se il personaggio per ora non esce completamente dalla sua interpretazione, i mezzi vocali sono tantissimi, con un bagaglio tecnico non meno sagace, anche se bisognoso di qualche messa a punto. Buona la dizione, mentre sfuma con complice generosità, sapendo dove e come, avendo chiaro l’idiomatico limite dell’acceleratore espressivo. Una bella scoperta per il futuro dell’Arena.
Youngjun Park è un Amonasro saldo per emissione sul fiato, chirurgia del fraseggio, prodigalità di risorse, tesaurizzazione di scuola… e chi più ne ha più ne metta. Alexander Vinogradov (Ramfis) ha forse voce di basso un po’chiara, ma la tecnica è impeccabile e messa al servizio di una raffigurazione di eccezionale dettaglio. Trio di lusso fra i minori: sono il giovane basso friulano Abramo Rosalen (Il Re), voce davvero imponente e profonda, Carlo Bosi (un messaggero) e Francesca Maionchi (grande sacerdotessa) che completano più che degnamente il cast. In bella evidenza il coro areniano istruito da Roberto Gabbiani e affascinanti i numerosi momenti del ballo ideati da Gaetano Petrosino.
La recita non ha deluso le aspettative degli spettatori durando tre ore precise (!!) al netto di un solo intervallo e terminando in appena tre ore. Arena praticamente esaurita con una folta presenza di spettatori stranieri, che anche quest’anno hanno confermato con uno scroscio di applausi il loro gradimento e l’enorme popolarità di cui gode tuttora la storia dell’infelice schiava etiope.

