Il pericolo è una classe politica di ‘sonnambuli’ che ha dimenticato Hiroshima e Nagasaki

Oggi si cerca di far dimenticare il valore della pace e di far passare il concetto che, in fin dei conti, la guerra la si può anche fare. Si pensa al riarmo. Si minimizza il rischio di un conflitto nucleare che porterebbe alla distruzione del mondo. Il 6 agosto 1945 gli Americani perpetrarono uno dei più grandi crimini della storia sganciando le atomiche sul Giappone. Questa data la vogliamo ricordare a tutte le persone che ancora non hanno portato il cervello all’ammasso affinché si uniscano per fermare quelli che lavorano per la guerra.

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Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Gaetano Colonna, dottore di ricerca in storia antica, cultore di storia contemporanea, insegnante di  letteratura e storia nelle superiori. Ha pubblicato per le Ed. Il Cerchio, con Luca Serafini, il saggio Lo spettro della bomba – Israele e Iran una cronologia ragionata 1947-2026, e il romanzo Anni Settanta. Collabora con la rivista telematica www.clarissa.it e cura il blog gcolonna.wordpress.com.

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il prof. Gaetano Colonna

Su Graal – Rivista di scienza dello spirito, ha pubblicato un saggio intitolato La missione dell’Europa. Identità europea e triarticolazione sociale. Ha pubblicato altri saggi di storia e geopolitica: La Resurrezione della Patria, Tilopa, Roma 2004; Medio Oriente senza pace, Edilibri, Milano, 2009; Ucraina tra Russia e Occidente, Edilibri, Milano 2022; l’Arma Nucleare nel Vicino Oriente per l’Adige di Verona 2026.

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Prof Colonna, il 2 settembre del 1945 nella Baia di Tokio  a bordo della corazzata Missouri, viene firmata la resa del Giappone. Il 6 e il 9 agosto del 1945 erano state sganciate 2 atomiche,  una su Hiroshima  e l’altra Nagasaki. Tutte e due le città non erano obiettivi militari. Si stima che le perdite superarono le 200 mila persone. In precedenza a marzo del 1945 un bombardamento indiscriminato sui civili di Tokio aveva causato oltre 100 mila morti con bombe in prevalenza incendiarie.

Si disse che la “bomba“ fu utilizzata per risparmiare vite statunitensi in un ipotetico sbarco nell’arcipelago, altri affermano che fu per impressionare l’Unione Sovietica, altri per accelerare la fine della guerra… Quale era la situazione strategica nel Pacifico in quel momento? Il Giappone si arrese a causa dell’atomica oppure dopo che l’Unione Sovietica gli dichiarò guerra nell’estate del 1945?

«La questione è storicamente complessa e ancora vivacemente discussa. Gli elementi da considerare sono molti. In primo luogo il fatto che gli Stati Uniti disponevano della nuova arma che, nelle parole di Oppenheimer, era “troppo bella per non usarla”, anche se era stata pensata per essere impiegata contro la Germania, già uscita di scena invece ai primi di maggio del ’45. Inoltre Henry Truman, da poco arrivato alla presidenza dopo la morte di Roosevelt (12 aprile 1945), venne informato il 25 aprile dell’esistenza di quella che il Segretario di Stato Henry Stimson descrisse come “l’arma più spaventosa che si fosse mai vista nella storia”.

Utilizzarla per affermare una superiorità statunitense basata sulla pura forza militare semplificava molto per gli Usa la riorganizzazione del mondo post-bellico, soprattutto rispetto ad un’Unione Sovietica che aveva dimostrato notevoli capacità militari. Inoltre la battaglia di Okinawa (aprile-giugno ’45), con elevatissime perdite fra gli americani, faceva temere che la guerra contro il Giappone avrebbe potuto costare ancora molto cara agli Usa.

È però vero che in Giappone l’8 giugno 1945 il marchese Koichi Kido, Custode del Sigillo Privato dell’imperatore giapponese Hirohito, aveva proposto di aprire con il nemico una trattativa tramite l’Urss, per giungere ad un accordo che, a fronte della perdita dei territori conquistati, avrebbe evitato l’invasione del Giappone ed il cambiamento del suo sistema politico. Tale ipotesi ebbe l’assenso dell’imperatore Hirohito e il sostegno del primo ministro Suzuki, del ministro della Marina Yonai e del ministro degli Esteri, Togo: trovò però l’opposizione degli altri vertici militari giapponesi.

La Dichiarazione di Potsdam degli Alleati, il 26 luglio, concordata con l’Urss, escluse la possibilità di qualsiasi trattativa col Giappone, con la solita formula della “resa senza condizioni”: parve fatta apposta per affondare la trattativa proposta da Kido e giustificare quindi il piano di resistenza ad oltranza dei militari giapponesi. Analoghi tentativi furono esperiti in Svizzera e Svezia da diplomatici giapponesi tra maggio e luglio 1945, ma anch’essi tramontarono davanti alla Dichiarazione di Potsdam».

Come si arrivò  alla costruzione dell’atomica e chi furono  i principali scienziati che permisero la sua realizzazione?

«Leo Szilard ed Albert Einstein scrissero una lettera al presidente Usa Roosevelt (11 ottobre 1939) per invocare lo sviluppo di armi, da utilizzare contro la Germania, basate sull’energia nucleare, il cui possibile uso militare era già noto al mondo scientifico: cosa che forse spiega la singolare vicenda della scomparsa nel nulla del fisico italiano Ettore Majorana. Roosevelt dette vita di conseguenza al cosiddetto Uranium Committee, che nel gennaio 1942 venne sostituito, dopo l’entrata in guerra degli Usa, dal Metallurgical Institute, struttura di ricerca situata nel campus dell’Università di Chicago.

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Nel settembre 1942, su indicazione degli scienziati Vannevar Bush, capo dell’Office of Scientific Research and Development (OSRD) e James Conant, presidente del National Defense Research Committee, Roosevelt affidò all’esercito americano la gestione del celeberrimo Progetto Manhattan: una gigantesca organizzazione di ricerca e sviluppo, che arrivò ad impiegare quasi mezzo milione di persone, posta sotto il comando del gen. Leslie Groves, con il fisico Robert Oppenheimer quale direttore scientifico.

Il progetto, con un costo stimato in circa 30 miliardi di dollari attuali, integrava mondo militare, economico e universitario, di cui furono parte anche scienziati italiani come Fermi, Segrè e Rossi, passati negli Usa a seguito delle leggi razziali. Furono tantissime le imprese industriali coinvolte nell’operazione, tipico esempio dell’integrazione pubblico-privato utilizzata dai governi degli Stati Uniti».

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Che tipo di bomba erano quelle sganciate sul Giappone rispetto agli ordigni attuali?

«La bomba lanciata su Hiroshima (Little Boy) era una bomba all’uranio 235 da 15 kiloton (1 kiloton corrisponde a 1000 t di tritolo); quella lanciata su Nagasaki (Fat Man) era invece al plutonio 239, potenza 21 kiloton; The Gadget, la bomba atomica sperimentata ad Alamogordo nel celebre Trinity Test (16 luglio 1945), aveva un potenza tra i 18 ed i 24 kiloton.

Gli ordigni nucleari tattici odierni, per quel che ne sappiamo, hanno potenze tra 0,5 kilotoni e 1,5 megatoni (un megaton equivale ad un milione di tonnellate di tritolo); quelle strategiche possono arrivare fino a circa 10 megatoni. Gli ordigni degli arsenali nucleari attuali sono in genere bombe all’idrogeno, che sfruttano cioè la fusione innescata da una bomba atomica, e pare arrivino in genere “solo” fino a 5 megatoni.

Tuttavia, nel 1961 una bomba sovietica, forse l’ordigno più potente mai testato nell’atmosfera, espresse una potenza stimata tra 50 e 100 megatoni, quindi circa 3.000 volte la bomba di Hiroshima. Attualmente, le 9.745 testate a disposizione dei 9 Stati dotati di armi nucleari hanno una potenza complessiva equivalente a oltre 135.000 bombe di Hiroshima. Sono cifre che parlano da sole».

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Le bombe di Hiroshima e Nagasaki dovevano avere un effetto terroristico

Gli obiettivi erano essenzialmente civili, quindi lo scopo fu esclusivamente terroristico e si può sommare ad uno dei tanti crimini di guerra dei vincitori della 2ª guerra mondiale, lei che ne pensa ? Quali furono le conseguenze sulla popolazione al momento dello scoppio, nei giorni successivi e negli anni che seguirono?

«I bombardamenti alleati sulle città nemiche furono indubbiamente studiati per ottenere un effetto terroristico: il cosiddetto area bombing (bombardamento a tappeto), strategia condivisa da britannici e statunitensi, mirava alla distruzione totale delle città ed al crollo psicologico della popolazione. Non dimentichiamo infatti che un bombardamento come quello di Tokyo (marzo 1945) provocò vittime oggi stimate in circa 200mila persone, molto vicine se non superiori allo stesso bombardamento atomico di Hiroshima: dove infatti le vittime totali stimate, tra quelle immediatamente decedute e quelle via via uccise dalle radiazioni, arrivano a 200-250 mila unità.

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Per Nagasaki la stima totale oscilla molto, da 80 mila a 140 mila esseri umani.  Gli effetti sulla popolazione giapponese si prolungarono per decenni, come tutti sanno: ma il paradosso sul piano strategico è che non furono i bombardamenti terroristici a piegare né il Giappone né la Germania – un aspetto questo di cui dovrebbero tenere conto anche oggi i teorici del terrorismo nucleare.

Persino dopo Hiroshima, i vertici militari giapponesi non si dimostravano pronti alla resa senza condizioni, per cui si decise un secondo bombardamento atomico, quello su Nagasaki. A proposito di questa città mi sembra giusto ricordare un fatto poco noto. Nagasaki era sede della prima e più grande comunità cattolica del Paese del Sol Levante: su circa 94.000 cattolici in Giappone (1929), oltre 63.000 vivevano infatti a Nagasaki, anche perché la città era il luogo di rifugio dei cosiddetti “cristiani nascosti” (kakure kirishitan), quelli che avevano mantenuto la fede in clandestinità».

L’atomica: un crimine di guerra mai punito

Il 13 maggio del 1946 iniziò a Tokio il “processo“ intentato dai vincitori contro gli sconfitti e che terminò il 3 maggio del 1948. Anche qui come a Norimberga si pensò solo a giustiziare i vertici dei vinti, nascondendo il tutto dietro una patina ipocrita di legalità, secondo lei a parti inverse come sarebbero andate le cose, con l’atomica che fu l’apice di campagne di bombardamento indiscriminate sulle città?

«La cosiddetta “storia controfattuale” è un tema affascinante. Ma su questo punto preferisco dare la parola a qualcuno più autorevole di me: 

“Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti (…) Parimenti si è preso oggi il vezzo, che sarebbe disumano, se non avesse del tristemente ironico, di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe, e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppure Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli la guerra, rivendicherebbe a sé”.

Queste parole le ha pronunciate non un odierno storico “revisionista” ma  Benedetto Croce, nel suo intervento del 24 luglio 1947 alla Costituente italiana, annunciando il suo voto contrario all’accettazione del trattato di pace imposto all’Italia dai vincitori. Un insegnamento che conserva ancora una scottante e se vogliamo tragica attualità».

A distanza di 81 anni dall’unico attacco nucleare ad una nazione, lei crede che oggi più che durante la “guerra fredda”, vi sia il concreto rischio che qualcuno prema il famoso pulsante rosso innescando una guerra che non avrà né vinti né vincitori? La mente corre ad Israele e la sua cosiddetta “opzione Sansone”.

«Gli armamenti prima o poi vengono utilizzati, lo si è visto dalla fine del XIX secolo in poi. Per questo credo che le nostre classi dirigenti, che oggi invocano un gigantesco riarmo dell’Europa, a partire dalla Germania, si stiano caricando di una responsabilità storica enorme nei confronti delle generazioni future. Ed è stupefacente il fatto che siano oramai quasi completamente tacitati quei movimenti che negli anni ’90 del secolo scorso fecero in piazza tanto rumore quanto poco ne hanno poi fatto sedendo nei parlamenti europe

In Occidente si cerca di sdoganare la bomba atomica

Oggi l’uso di armi nucleari tattiche, di cui si magnificano gli effetti “limitati”, abbiamo visto in che termini con le cifre di cui sopra, è ammesso e considerato dalle dottrine militari, comprese quelle della Nato, di cui l’Italia è parte. Quindi non è solo Israele che ha teorizzato l’opzione nucleare, anche se sicuramente è il Paese più pronto ad utilizzarla in caso di sconfitta, come minacciò di fare a Henry Kissinger nell’ottobre 1973. Ma è la visione di tutti coloro che pensano che in un mondo globalizzato le politiche di potenza possano risolvere i nodi geopolitici.

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Rammento che ci si rivolge spesso ai militari come ai soli o principali responsabili delle guerre: la storia contemporanea dimostra che le guerre mondiali sono scoppiate per ignoranza, debolezza o incapacità in primo luogo delle classi politiche che governano. La mia impressione è che quelle attuali siano della stessa pasta. Corrono incontro al disastro con la stessa retorica faciloneria dei “sonnambuli” al potere nel 1914 in Europea, di cui ha scritto assai bene lo storico inglese Christopher Clark nel suo omonimo libro sullo scoppio della Grande Guerra.

Le alternative esistono: occorre solo il coraggio per sperimentarle, oltretutto riducendo di molto i costi per il Paese. Per esempio pensando a modelli di difesa basati sull‘esercito di popolo, sulla difesa territoriale, sulla combinazione di resistenza passiva, non violenza, boicottaggio da parte di civili bene organizzati, nel caso di invasione. Sganciarsi dalle grandi alleanze, seguire una politica internazionale di riduzione delle tensioni, potenziare il dialogo culturale, superando le conflittualità ideologiche e religiose. L’Italia, per la sua posizione geografica e la poliedricità delle sue tradizioni culturali, potrebbe porsi come fondamentale protagonista in Europa di una simile strategia, sganciandosi una volta per tutte dai troppi condizionamenti che il mondo atlantista ha posto dal 1947 alla sua piena sovranità».