(di Francesca Romana Riello). I territori al centro, premiati i benemeriti del vino italiano:il Premio Angelo Betti racconta un’Italia che cresce fuori dai riflettori, tra lavoro quotidiano e visione.
Ventuno nomi, uno per regione. Il Premio Angelo Betti, consegnato oggi a Vinitaly, non cerca visibilità. Non la insegue nemmeno. La selezione passa dagli assessorati regionali all’agricoltura, segue criteri di sostanza, e finisce spesso con il premiare chi, un riflettore, non lo ha mai cercato.
Alla 53ª edizione i nuovi “benemeriti della vitivinicoltura” entrati nell’albo d’oro sono ventuno storie diverse, difficili da tenere insieme con una sola etichetta. Aziende familiari, produttori, imprenditori. Percorsi che si sono costruiti nel tempo, spesso lontano dalle traiettorie più battute del settore.

I territori al centro, premiati i benemeriti del vino italiano
Il criterio, in fondo, è rimasto lo stesso dal 1973: non premiare chi è già arrivato, ma chi ha inciso davvero sul proprio territorio, chi ha contribuito, nel concreto, alla crescita qualitativa della viticoltura e dell’enologia. Senza scorciatoie.
Dal 2016 il premio porta il nome di Angelo Betti, figura chiave nella storia della fiera. Ma la cerimonia non guarda tanto all’eredità quanto al presente. A quel presente che raramente entra nei comunicati stampa e che, invece, tiene in piedi interi pezzi di filiera.
«Il contributo dei territori è fondamentale», ha detto il presidente di Veronafiere Federico Bricolo durante la consegna. «Questo premio non è solo un riconoscimento individuale, ma uno strumento per raccontare un lavoro diffuso a sostegno della qualità».
Una lettura che sposta il baricentro. Meno protagonismo, più sistema. E soprattutto meno racconto autocelebrativo, più attenzione a quello che succede davvero dentro le aziende.
Il sistema, qui, prende forma attraverso nomi concreti. Dall’Abruzzo al Veneto, passando per tutte le regioni, la lista restituisce una geografia produttiva ampia, non sempre scontata. Non c’è una sola direzione, e non è un limite.

Ventuno storie diverse, una stessa traiettoria: qualità, identità e radicamento nei luoghi
C’è chi ha lavorato sul recupero dei vitigni autoctoni, riportando in produzione varietà che rischiavano di scomparire. Chi ha spinto sull’innovazione in cantina, senza perdere il legame con il territorio. Chi, più semplicemente, ha costruito negli anni un’identità riconoscibile, fuori dai circuiti principali.
Non sempre sono nomi noti. Ed è forse proprio questo il punto. Il Premio Betti intercetta ciò che sta sotto la superficie, prima che diventi racconto. O anche quando non lo diventa mai.
Tra i premiati anche il Veneto, con Sandro Gini. Un riconoscimento che, nel contesto di Vinitaly, non è mai neutro. Qui il rapporto tra produzione e identità locale è sotto osservazione continua, tra crescita e necessità di tenere insieme tutto: mercato, territorio, sostenibilità.
La lista completa dei benemeriti attraversa l’intero Paese: Paolo Simoni per l’Abruzzo, Stefano Del Lungo per la Basilicata, Vincenzo Letizia per la Campania, Tenuta del Travale per la Calabria, Pierluigi Zama per l’Emilia-Romagna, Cristian e Michele Specogna per il Friuli Venezia Giulia.
E ancora Stefano Matturro per il Lazio, l’Azienda Agricola Laura Aschero per la Liguria, Giovanna Prandini per la Lombardia, l’Azienda Agricola Alberto Quacquarini per le Marche, Nicola Japalucci per il Molise, Giovanni Negro per il Piemonte.
Completano il quadro Franz Graf Von Pfeil per la Provincia autonoma di Bolzano, Walter Webber per la Provincia autonoma di Trento, Marilina Nappi per la Puglia, Giuseppe Gabbas per la Sardegna, Franco Motisi per la Sicilia, Ivangiorgio Tarzariol per la Toscana,
Nicola Chiucchiurlotto per l’Umbria, Nicolas Bovard per la Valle d’Aosta e, appunto, Sandro Gini per il Veneto.
Un elenco che, letto così, rischia di sembrare solo una sequenza di nomi. In realtà è una mappa. Di territori, di scelte produttive, di modi diversi di stare dentro un settore che cambia in fretta.
Nel pieno di una fiera che guarda sempre più all’export e ai nuovi mercati internazionali, il Premio Betti mantiene un passo diverso. Non perché ignori il futuro. Ma perché parte da un’altra direzione.
Dalla terra, prima di tutto. Dalle persone. Da un lavoro che non si misura in una stagione ma nel tempo, spesso lungo, necessario.
E allora la domanda resta lì, sullo sfondo. Quanto di tutto questo riesce a restare visibile, in un settore che accelera? Il Premio Betti, da anni, prova a rispondere così. Senza alzare la voce. E senza fretta.

