Da Pontida Salvini annuncia per ottobre il congresso straordinario della Lega
(Orazio Albanese) Sul prato di Pontida quest’anno s’è vista meno gente. C’era da aspettarselo. Sondaggi a parte, la difficoltà che sta attraversando la Lega è evidente. Ma se qualcuno s’aspettava una resa dei conti fra Salvini e il gruppo dei “governatori” è rimasto deluso. Niente di tutto questo. Non ci sarà stato l’entusiasmo di qualche anno fa, ma la mattinata è filata liscia. Nessun attacco. Nessuna scintilla.
Salvini, pacato, ha annunciato il congresso straordinario per ottobre. Sarà quella la sede per un confronto. Non il prato scelto a suo tempo da Bossi per il rito annuale dei ‘padani’, divenuto poi anche quello dei Veneti, presenti, a cominciare dal presidente della Camera, Lorenzo Fontana che ha dichiarato:
«Pontida è da sempre un momento in cui la Lega ritrova il suo essere comunità, la propria anima profondamente identitaria, rilanciando le proprie battaglie. Anche quest’anno questi elementi sono emersi con chiarezza, nell’ attesa del Congresso, annunciato da Matteo Salvini, che sarà un’occasione preziosa per parlare di contenuti, geopolitica, demografia, futuro e sfide che ci attendono. Abbiamo ricordato la figura di Umberto Bossi, che è stato per me quasi come un secondo papà, certamente un padre politico che rimane nei nostri cuori, con le sue intuizioni e i suoi insegnamenti. Di fronte a una fase storica così complessa è fondamentale essere uniti e mettere in campo le migliori energie e competenze».
Il presidente del Vento Alberto Stefani che ha detto:
«La scelta di Salvini dimostra coraggio ma soprattutto responsabilità. Responsabilità significa rendere conto e il modo migliore per rendere conto è presentarsi di fronte ai militanti e metterci la faccia. Il congresso è la sede ideale anche per discutere di temi, proposte e obiettivi futuri. La Lega ne uscirà ancora più forte e più unita».
Non poteva mancare la dichiarazione di Luca Zaia che ha ribadito la sua posizione: «Io resto dell’idea che i territori di riferimento restino quelli del Nord, in un progetto di unità nazionale. Le istanze del Nord devono essere accolte. Come c’è una questione meridionale è pur vero che c’è una questione settentrionale».

E qui si viene al nodo non risolto della crisi che sta attraversando la Lega. Il confronto fra le due anime: quella originaria, localista, autonomista, federalista, secessionista, di cui Bossi è stato il padre. E quella del partito di destra, identitario e sovranista inventata da Salvini.
Due linee politiche ben distinte. Due correnti di pensiero, com’è normale che sia in qualsiasi partito. Entrambe con le loro ragioni ne la loro dignità.
Ma chi è che ha ragione? Salvini o Zaia e i governatori? Quelli che vedono nella Lega una destra più a destra della Meloni o quelli che vogliono riproporre la battaglia per il Nord?
Ragioniamoci.
Quando la Lega iniziò ad affermarsi era appena crollato il muro di Berlino, scoppiava Tangentopoli, scendeva in campo Berlusconi. Eravamo in piena globalizzazione in una condizione internazionale di sostanziale stabilità. Normale quindi concentrarsi sui problemi di casa nostra come la rivendicazione fiscale, la riforma federale dello Stato e l’autonomia. La Lega, facendosi portatrice di queste istanze aveva successo.
Quando nel 2013 Salvini l’ha presa in mano lo scenario stava cambiando. L’immigrazione, un certo risentimento diffuso verso l’Unione Europea, la fine della globalizzazione e l’instaurarsi di nuovi equilibri mondiali suggerivano di trasformare la Lega da partito autonomista macro-regionale in partito nazionale di destra. Mossa che gli ha fruttato continui successi elettorale anche grazie al lavoro apprezzato dei propri amministratori locali.
Le cose sono cambiate quando c’è stato il boom elettorale della Meloni che ha assorbito buona parte dell’elettorato di destra.
Salvini però non s’è perso d’animo. Ha fatto un semplice calcolo: lo spostamento al centro di FdI unitamente a certe posizioni di politica estera lasciava progressivamente scoperto dell’altro spazio sulla destra. Proprio quello che ci voleva per la sua Lega. Nulla da eccepire.

Se non fosse arrivata una variabile imprevista: Vannacci.
Ed è stato il generale con il suo nuovo partito ad occupare quello spazio. Motivo per il quale Salvini adesso viene messo sul banco degli imputati dai suoi oppositori che vorrebbero il ritorno della Lega alle origini.
C’è però un problema. I tempi sono cambiati. L’instabilità mondiale, la guerre, la crisi dell’energia con le sue ripercussioni economiche, il rischio di essere coinvolti in un conflitto che potrebbe essere anche la guerra atomica, non permettono più che gli elettori si concentrino su problemi interni. Di fronte alla gravità di quelli incombenti, scompaiono.
Parlare alla gente di questioni legittime e sacrosante, come quella settentrionale o il residuo fiscale, mentre a 1900 chilometri cadono le bombe, si parla di riarmo e la benzina viaggia verso i 3 euro al litro, è come occuparsi di cambiare colore alla facciata della casa quando c’è il rischio che crolli.
Di questo dovranno parlare al congresso straordinario della Lega. Non sarà facile trovare una soluzione.
